—Perchè domani?—feci io rabbrividendo.
Egli abbozzò un sorriso.
—Allora dimmi il soggetto!—incalzai.
E lui:
—Abbi pazienza! Una notte è forse l'eternità?
Deluso e costernato, io pensavo.
Durante quegli ultimi otto anni che, scomparsa la povera mamma, noi avevam seguitato, nella solitudine e nel silenzio del nostro èremo, a coltivar l'Arte che adoravamo, noi eravam vissuti in una quasi perfetta comunanza di vita intellettuale e morale. Con effusione e con abbandono ci eravam scambiati tutte le nostre sensazioni, tutte le nostre idee, tutti i nostri affetti. Avevam guardato l'uno nell'anima dell'altro come attraverso alle acque d'un limpido lago.—Ma per ciò che riguardava la nostra attività artistica, la comunanza era stata assoluta.—Prima di metterci a qualche nuova opera—egli a' suoi romanzi, io a' miei quadri—ci eravamo aperti, trepidando, il nostro disegno, ed avevamo insieme combattuti i dubbi, svelte le esitanze, sofferte le ansie e le angosce, e gustati i piaceri, le gioie, i rapimenti che ne accompagnavano l'esecuzione. Ci eravam sorretti e consolati e fortificati a vicenda. Era stata questa una delle più profonde dolcezze della nostra vita di artisti. E non senza una soave commozione avevam visto da altri porre in luce e notare come cosa toccante la vicendevole influenza, che nelle nostre opere si scorgeva, delle nostre dissimili nature.
Solo da qualche tempo il miracolo era cessato. Mio fratello aveva bruscamente rotta e sconvolta l'atmosfera in cui respiravamo. S'era fatto cupo e taciturno; e, quasi insofferente degli antichi legami, s'era sciolto e allontanato da me.
Più che accorarmi, sulle prime questo fatto m'aveva urtato e sdegnato come un'offesa immeritata. Ma, appena l'afflitto aveva, con l'acutezza del suo intuito, trapelato il mio sdegno, s'era in mille modi adoperato per mostrarmene tutta la irragionevolezza, e dissiparlo. Aveva, per un momento, sorriso; s'era effuso in dimostrazioni così spontanee, così candide e delicate di affetto, che io n'era subito rimasto vinto e confuso. Era di nuovo entrato, dopo lunghe assenze, nel mio studio; s'era fermato estatico dinanzi a certe mie nuove tele: aveva risalutate le antiche con lo stesso vergine entusiasmo d'una volta.
Ciò m'aveva intenerito, sollevato e abbattuto ad un tempo, persuadendomi che il cuore di mio fratello era immutato per me, e che quella profonda alterazione avvenuta nel suo spirito doveva avere una troppo seria e dolorosa ragione.