Napoli e la sua decantata riviera.—Una scialba visione, passata innanzi ai miei occhi senza una parvenza di vaghezza, senza un lampo di seduzione!

E me n'ero tornato a Genova.

Avevo tolto a pigione un quartierino sul porto, dal lato d'occidente, e dato a mio fratello l'annunzio che mi mettevo a lavorare, mentre appena avevo in animo di tentare. Ma poi che m'ero trovato dinanzi alle cartelle bianche, un indicibile sgomento m'aveva assalito. Invano m'ero studiato di risvegliar la mia fantasia, invano avevo chiesto al mio cervello un'idea.

Avevo finito per gettarmi a capofitto nel vortice dei rumori e delle distrazioni cittadine. Avevo voluto stordirmi, visitando un'esposizione d'arte, frequentando assiduamente i teatri e i caffè, annodando effimere amicizie. Una sera ero anche andato a un comizio di popolo. Ed avevo, la prima volta, inteso a parlare dell'infinito cumulo di miserie e di dolori che grava e accascia e atterra la grande maggioranza dell'Umanità. E d'un ideale di Eguaglianza che spuntava, come un grande astro recente, sull'orizzonte della storia, lucente messaggero d'un'êra di Giustizia e di Pace, e d'una Umanità rigenerata. Un ideale che soltanto un manipolo di buoni e di forti osava oggi proclamare e difendere: ma che tutto il mondo in un prossimo avvenire avrebbe riconosciuto e inchinato.

Era un giovane, che parlava; una pallida figura d'asceta: pallida e luminosa.

La sua voce tonava nella sala, veemente e commossa, in un silenzio di tempio. Brividi di consenso attraversavano la folla. E il radioso ideale emergeva, con la sua gran luce abbagliante. E la sospirata Vita si offeriva, leggiadra di armoniche bellezze.

Ero uscito di là col cuore che mi scoppiava. La sera avevo lungamente passeggiato sulle terrazze, meditando ciò che avevo udito, fantasticando, e promettendo a me stesso di togliermi alla colpevole accidiosa inerzia in cui poltrivo,—e iniziare la nuova Vita stringendomi a quel manipolo di buoni, e sposando la loro causa.

E l'indomani avevo voluto conoscere quell'uomo.

Egli era venuto a trovarmi lassù nella mia stanzetta al quarto piano, dove solo il volo delle rondini di quando in quando arrivava con certi gridi prolungati, ebbri anch'essi di azzurro e di sole. E m'aveva stretto la mano come a un fratello, parlandomi a lungo con quella sua voce che pareva una musica, e fissandomi con que' suoi occhi stellanti in cui risplendeva tutta la luce del mondo ch'egli predicava.

—Perchè non scrivi?—m'aveva detto.—Sotto il magico velo dell'Arte l'Idea passa più fulgida di fascino e di bellezza.—Scriverò!—avevo risposto io, col cuore gonfio di tenerezza e di ambascia. Ed avevo avuto un momento di debolezza: ero stato lì lì per prender la sua mano, la mano affilata e rigata di vene azzurre che posava sulla ringhiera,—e confessargli il peso insopportabile del mio passato.—Lassù, dinanzi a quella finestra, a quell'ora, mentre le ultime rose del sole appassivan sulla parte alta della città, e nembi di violette si rovesciavan sul porto, e qualche goccia d'oro cadea brillando sulla nera folla dei vapori.