Stoltamente, pazzamente da prima m'ero adoperato a cancellare e disperdere gli ultimi esterni vestigi di rapporti con la sciagurata. Avevo dato a credere a me stesso che, una volta raggiunto quello scopo, mi sarei sentito estraneo a lei ed al temuto avvenimento,—e sarei stato salvo. Parecchi giorni dopo la memorabile scena, ero andato a reclamar le mie lettere, in preda a una straordinaria agitazione, attanagliato dalla paura che con un pretesto ella si rifiutasse; o che—come s'addiceva meglio alla franchezza del suo carattere,—mi dichiarasse di voler tutto serbare per poter a suo tempo portar le prove che mi smascherassero.

Invece, nulla di tutto ciò!

Ella m'aveva semplicemente detto, con un sorriso mordace:

—Tanto, le avrei buttate nel fuoco!

Io avevo allungato la mano rapace, non credendo a me stesso. Le avevo prestamente raccolte e deposte in fondo alla tasca interna della giacchetta. E quando avevo potuto mettere il piede fuori del cancelletto, m'ero dato a scappare di corsa, leggero come un uccello. In capo al molo, alla luce verdastra del fanale, le avevo tutte scorse ad una ad una,—dando di tanto in tanto una sguardata sospettosa intorno. Dipoi, ridotte in minutissimi brani, le avevo strette nel pugno; m'ero calato giù tra le macchie dei massi al mare; m'ero sporto con tutta la vita, avevo aperto il pugno,—ed ero risalito tacito nell'ombra, simile a un malfattore.

Un alito di sollievo aveva sfiorata la mia fronte. Quas'io fossi scampato da un pericolo di morte, avevo provato la sconfinata gioia della salvezza e della vita.

Ma l'indomani, ridestandomi, non era più stato così! Le eccezionali emozioni della sera m'erano parse inesplicabili, incomprensibili. A che poteva giovare—mi dicevo—aver sottratte le lettere, se la mia coscienza, se tutte le cose intorno insorgevan gridando con voci alte e formidabili?

Allora avevo cercato refugio lungi da quei luoghi crudeli, da quelle cose spietate.

A Genova m'ero imbarcato sopra un vapore, per Napoli. Napoli e la sua riviera erano state un sogno della mia prima giovinezza. Chi sa! Forse mi sarei beato ancora negli spettacoli della Natura come a' felici tempi in cui gli ultimi purpurei strascichi d'un tramonto che agonizzasse sul mare, o le perle e i gigli d'un'alba che si alzasse pel cielo fresca e pura come uno zampillo di fonte o come un giulivo canto di vergine; o gl'intatti candori d'una notte attonita di silenzio e di luna, pari a un arcano tempio poggiante sopra colonne di sospiri:—queste semplici cose bastavano a rapire e imparadisar l'anima mia.

Ma troppe corde omai erano stanche di vibrare, in lei!