—Tenete!—le dissi, senza guardarla, mentre ella sporgeva le mani grifagne.

—Se Dio vuole—ripigliò con l'evidente intenzione di dirmi cosa grata e compensarmi almeno in parte dell'atto generoso—se Dio vuole è un affare che scorre liscio come l'olio. La levatrice m'ha assicurata che non l'allunga fino a domattina. Appena il bimbo sia nato m'incarico io di portarlo all'Ospizio. Nessuno m'ha da vedere, nessuno ne ha da saper niente. Niente chiacchiere, niente pettegolezzi. Susanna strillerà, lei che vorrebbe darselo a balia. Lasciatela strillare. Una volta che la faccenda sia fatta, si adatterà. E se non s'adatterà, tanto peggio per lei. Doveva pensarci due volte, prima di mettersi negli impicci, quella carogna.

—Scusatemi,—ruppi con uno sforzo, levandomi in piedi subitamente,—avrei un impegno…

L'importuna comprese. Si levò anch'essa; fece in fretta le sue scuse e i suoi ringraziamenti, e si avviò.

Io rimasi così ritto fino a che non udii la porta del pianterreno richiudersi con un colpo secco: allora, cadendo sulla seggiola, ebbi la sensazione di piombare in fondo a un pozzo.

—Spaventoso!—pensavo, colla faccia nelle mani.

Come il sole sorgeva il mattino dall'orizzonte, come sul mio tetto i passeri garrivano, come il mandorlo del terrazzo metteva i suoi fiori,—così, naturalmente, necessariamente, inevitabilmente, sarebbe egli venuto alla luce!

Domani, aveva detto tranquillamente la strega.

In qual modo adunque avevo io vissuto fino a ieri? Come avevo, vivente, potuto assistere al precipitare del dramma? Che cosa aveva io fatto per parare il terribile colpo?

Mi passavo una mano sulla fronte ghiacciata; e penavo a rievocare e ricomporre i ricordi, come se una barriera di cent'anni si fosse d'un tratto frapposta tra quel passato e me.