Egli aveva incominciato con lo spezzare l'antica consuetudine delle concordi passeggiate notturne,—uscendo dopo cena da solo, e scendendo giù al paese, invece di seguitar per lo stradone, come un tempo, la dilettosa salita.

Qualche volta anche era rientrato a notte molto inoltrata.

Io l'avevo aspettato sotto il mandorlo, immobile, ascoltando i lievi murmuri della vallicella nel silenzio, e osservando i giuochi di luce e d'ombra della luna tra le piante, che rischiarava come un sole il giardino e il terrazzo, dall'alto del suo azzurro.

Al giungere di lui avevo finto di risvegliarmi improvvisamente, quas'io mi fossi dimenticato là sul sedile, sorpresovi dal sonno. M'ero levato, e gli ero andato incontro fregandomi gli occhi.

«Ancora qui?» m'aveva detto lui. E nulla lo aveva tradito: nè il tono della frase, nè uno sguardo, nè un gesto.

In sèguito, a settembre, aveva fatto una gita a Napoli, a rivedere—m'aveva detto—alcuni amici della prima giovinezza.—Io l'avevo accompagnato a Genova; ero salito con lui sul vapore, e v'ero rimasto fino alla partenza, sperando sempre di potermi decidere a muovergli quell'unica domanda che mi premeva il cuore come un macigno. Ma all'ultimo momento m'era mancata la forza. Ero disceso nella lancia con un nodo nella gola, ed ero rimasto là ritto, a sventolar il fazzoletto, mentre il vapore tra le lagrime fuggiva.

Una sola volta dopo d'allora m'ero creduto di poterlo riabbracciare guarito. Ed era stato quando da Genova m'aveva scritto una lettera di fuoco per narrarmi tutta la fascinatrice bellezza d'una Idea di Umanità e di Giustizia che gli si era improvvisamente rivelata; e le maravigliose visioni che da lei discendevano, e i sovrumani ardori di battaglia ch'essa gl'infondeva nel sangue.

Ma rivederlo due mesi appresso era stata una cosa immensamente triste, per me. Dei fili d'argento erano spuntati in mezzo al nero velluto della sua capigliatura; un pallor terreo aveva trasfigurato il suo volto, e un fosco velo era calato su quegli occhi ove non ardevan più gli antichi lampi.

Io m'ero ancora sforzato di comprimere e soffocare il traboccante affanno; col cuore attanagliato avevo ancora sorriso: avevo sostenuto impassibile la tortura di que' lunghi silenzi carichi di cose oscure, malaugurose, schiaccianti.—Ma un mattino ch'egli era uscito dicendo a Giuseppe che tornerebbe solo per mezzodì, m'ero risoluto ad un passo estremo. Ero penetrato nel suo studio, e m'ero messo a rovistare, a cercar febbrilmente sulla scrivania, fra le carte e fra i libri che la ingombravano. Avevo aperta la cartella ov'egli custodiva la corrispondenza; e avevo letto, con la faccia in fiamme, tutte le lettere, tutti i viglietti.—E poichè non avevo trovato nulla, nemmeno l'ombra d'un vestigio, nemmeno l'ombra d'un indizio, m'ero lasciato cadere sul seggiolone, affranto. Avevo atteso lui per dirgli, supplichevole: «Vedi a che mi costringi?»—Egli aveva negato, aveva protestato che nulla mi nascondeva, pallido come un cencio. «Sul nome della povera mamma» io aveva incalzato, «me lo giureresti?» Allora egli s'era smarrito; aveva balbettato, a capo chino: «Son scivolato nel fango. Mi sono avvoltolato nel fango. E non mi levo più!»

Povero Pietro! La sua mano brancicava convulsa sulla scrivania quelle carte, quasi fossero fango; e non se ne poteva staccare.—Ed io avevo preso quella mano, e l'avevo serrata forte nelle mie. «Perdonami!» avevo singhiozzato.—Ed ero fuggito.