Emilia, malgrado tutte le premure di Teresa, non volle mangiare, e si ritirò nella sua camera.

Qualche giorno appresso ricevè lettere di sua zia. La signora Cheron, dopo alcune espressioni di consolazione e di consiglio, la invitava ad andare a Tolosa, aggiungendo che il defunto fratello avendole affidata la sua educazione, si credeva in obbligo d'invigilare sopra di lei. Emilia avrebbe preferito di restare alla valle; essendo esso l'asilo della sua infanzia ed il soggiorno di coloro che aveva perduti per sempre, poteva piangerli liberamente senza essere molestata da alcuno; ma desiderava parimenti non dispiacere alla sola parente che le restava.

Quantunque la di lei tenerezza non le permettesse di dubitare un istante sulle ragioni che avevano determinato Sant'Aubert a fare questa scelta, Emilia comprendeva benissimo che la sua felicità andava ad essere esposta ai capricci della zia. Rispondendole, ella chiese il permesso di restare ancora qualche tempo nella valle, allegando il suo estremo abbattimento, ed il bisogno che aveva di riposo e di solitudine, per ristabilirsi dai dispiaceri sofferti; sapeva benissimo che i di lei gusti differivano assai da quelli di sua zia, la quale amava la dissipazione, e le sue ricchezze le permettevano di goderne. Dopo avere scritta questa lettera, Emilia si sentì più sollevata.

Ricevè la visita di Barreaux, il quale compiangeva sinceramente la perdita dell'amico.

« Non posso rammentarmene senza il più vivo interesse, » diceva egli; « io non troverò alcuno che lo somigli. Se avessi incontrato un uomo solo come lui nel mondo, non ci avrei rinunciato. »

L'affezione di Barreaux per Sant'Aubert lo rendeva estremamente caro ad Emilia; la di lei maggior consolazione consisteva nel parlare de' suoi genitori con un uomo che stimava moltissimo, e che, sotto un esteriore poco gradevole, nascondeva un cuore tanto sensibile ed uno spirito così coltivato.

Scorsero parecchie settimane, ed Emilia nel suo pacifico ritiro passò gradatamente dal dolore ad una dolce malinconia; poteva già leggere, e leggere perfino i libri che aveva percorsi col padre, sedere al suo posto nella biblioteca, inaffiare i fiori da lui piantati, suonare il pianoforte, e cantare di tempo in tempo qualcuna delle sue arie favorite.

Quando il suo spirito fu un poco rimesso da questa prima scossa, comprese il pericolo di cedere all'indolenza, e pensando che un'attività sostenuta avrebbe potuto restituirle la forza, si attaccò scrupolosamente ad impiegare con metodo tutte le ore del giorno. Allora conobbe più che mai il pregio dell'educazione ricevuta. Coltivando la di lei mente, Sant'Aubert le aveva assicurato un rifugio contro l'ozio e la noia. La dissipazione, i brillanti divertimenti e le distrazioni della società da cui separavala la sua posizione attuale, non eranle punto necessari. Ma, nel tempo medesimo, il padre aveva sviluppato le preziose qualità del suo spirito; spargendo le sue beneficenze intorno a sè, con la bontà e la compassione addolciva i mali di coloro che non poteva alleviare coi soccorsi; in una parola, sapeva compatire tutti gli esseri che si trovavano vittima dei mali inseparabili della vita umana.

Non ricevendo nessuna risposta dalla Cheron, Emilia cominciava a lusingarsi di poter prolungare il suo soggiorno nella valle; e sentendosi bastantemente in forza, si arrischiò a visitare quei luoghi, ove il passato rappresentavasi più vivamente al di lei spirito; recossi dunque alla peschiera, e per aumentare la malinconia, che tanto le piaceva, portò seco il liuto, e vi andò in una di quelle ore della sera che tanto si affanno all'immaginazione e al cuore: quando la fanciulla fu tra i boschi e vicina a quel luogo delizioso, si fermò, appoggiossi contro un albero, e pianse qualche minuto prima di avanzarsi. La stradella che menava al padiglione era allora tutta ingombra di erbe; i fiori seminati da suo padre sui margini, ne parevan quasi soffocati; le ortiche, il caprifoglio crescevano a cespi; ed ella osservava tristamente quella passeggiata negletta; ove tutto annunziava il disordine e la noncuranza, aprì la porta tremando. « Ah! » disse; « ogni cosa è al suo posto come ve la lasciai quando ci stava in compagnia di chi non rivredrò mai più. » Se ne stava ella così pensierosa, senza riflettere ch'era imminente la notte, e che gli ultimi raggi del sole indoravano già la cima de' monti; sarebbe rimasta senza dubbio più a lungo in quella situazione, se non fosse stata risvegliata da un rumore di passi dietro l'edifizio. Poco dopo fu aperta la porta, comparve uno straniero, e stupefatto di vedere Emilia, la supplicò di scusare la sua indiscretezza. Al suono di quella voce, svanì il timore di lei, ma crebbe la sua commozione. Quella erale famigliare, e sebbene non potesse riconoscerne l'oggetto, la memoria le serviva troppo bene perch'ella conservasse paura.

L'ignoto ripetè le sue scuse. Emilia rispose qualche parola, ed allora avanzandosi esso con vivacità, esclamò: « Gran Dio! è mai possibile? Certo, io non m'inganno, è la signorina Sant'Aubert.