« La sua mano ve li pose, » dicea ella baciando ogni moneta ed irrigandola di lagrime; « la sua mano, che or non è più se non fredda polvere! »
Vi trovò in fondo un pacchettino, contenente una scatoletta d'avorio nella quale esisteva il ritratto d'una signora. Stupì e sclamò: « È la stessa dinanzi la quale piangeva mio padre! » Per quanto la considerasse attentamente, non potè precisarne la somiglianza: essa era di peregrina beltà. La sua espressione particolare era la dolcezza, ma vi regnava un'ombra di tristezza e rassegnazione.
Sant'Aubert non le aveva prescritto nulla a proposito di questa pittura. Emilia credè poterla conservare, e rammentandosi in qual modo le avesse parlato della marchesa di Villeroy, s'immaginò facilmente che quello ne fosse il ritratto: pur non sapeva comprendere per qual ragione egli l'avesse conservato.
La fanciulla osservava la miniatura, senza comprendere l'interesse che prendeva a contemplarla, e il movimento d'affetto e di pietà che sentiva in sè. Ricci di capelli bruni scherzavano trascuratamente sovra un'ampia fronte: avea il naso quasi aquilino. Le labbra sorridevano, ma con malinconia: sollevava gli occhi cilestri al cielo con amabil languore, e la specie di nube sparsa su tutta la sua fisonomia parea esprimere la più viva sensibilità.
Emilia fu scossa dalla profonda meditazione in cui l'aveva gettata quel ritratto, sentendo aprire la porta del giardino: conobbe che Valancourt ritornava al castello, e le abbisognarono alcuni momenti per rimettersi. Quando lo incontrò nel salotto, fu colpita dal cambiamento della sua fisonomia dopo la loro separazione nel Rossiglione: il dolore e l'oscurità le avevano impedito di accorgersene la sera precedente; ma l'abbattimento di Valancourt cedè alla gioia di vederla.
« Voi vedete, » le disse, « ch'io faccio uso del permesso da voi accordatomi. Vengo per dirvi addio, sebbene abbia avuto la fortuna d'incontrarvi ieri soltanto. »
Emilia sorrise debolmente, e, come imbarazzata di ciò che dovrebbe dire, gli domandò da quanto tempo fosse tornato in Guascogna. « Vi sono da... » disse Valancourt facendosi rosso, « dopo aver avuta la disgrazia di separarmi da amici che mi avevano reso così delizioso il viaggio dei Pirenei; ho fatto un giro assai lungo. »
Una lacrima scorse dagli occhi d'Emilia mentre Valancourt parlava; egli se ne avvide e parlò di tutt'altro; lodò il castello, la sua bella situazione ed i punti di vista che offriva. Emilia, imbarazzatissima per quel colloquio, scelse con piacere un soggetto indifferente. Andarono sul terrazzo, e Valancourt fu incantato dalla vista del fiume, dei prati, e dei quadri molteplici che presentava la Guienna.
Si appoggiò al parapetto, contemplando il rapido corso della Garonna. « Non è molto tempo, » diss'egli, « che sono rimontato fino alla sua sorgente; io non aveva allora la fortuna di conoscervi, poichè in tal caso avrei dolorosamente sentita la vostra assenza. »
Il giovane tacque, e sedette accanto a lei, muto e tremante; finalmente disse con voce interrotta: « Questo luogo delizioso.... dovrò abbandonarlo, e abbandonerò anche voi, forse per sempre.