— Ciò è impossibile, » sclamò la Cheron, facendosi di fuoco; « egli ha sì poco l'aria d'un uomo di qualità, che se non lo vedessi alla tavola della signora Clairval, non mi sarei mai persuasa che potesse esser tale; d'altra parte, ho forti motivi per dubitare della voce che corre.

— Ed io non posso dubitarne, » disse l'altra signora, alquanto piccata di quella contraddizione.

— Posso io domandarvi, » disse la Clairval, « signore mie, quale è il soggetto della vostra quistione?

— Vedete voi, » le disse la Cheron, « quel giovine quasi in mezzo alla tavola, e che parla colla signora Demery? Ebbene! quell'uomo, che non è conosciuto da alcuno, ha pretese presuntuose su mia nipote, e questa circostanza, almeno io lo temo, ha dato luogo a credere ch'egli si spacciasse per mio adoratore; considerate ora quanto una tal ciarla sia offensiva per me.

— Ne convengo, mia buona amica, » rispose la Clairval, « e potete esser certa ch'io lo smentirò da per tutto. » E si voltò da un'altra parte. Cavignì, che fino a quel punto era stato freddo spettatore di quella scena, fu in procinto di rompere in una risata, e lasciò il posto bruscamente.

« Vedo bene che voi ignorate, » disse alla Cheron la dama seduta accanto a lei, « che il giovine di cui parlaste alla signora Clairval è suo nipote!....

— È impossibile! » sclamò la Cheron, accorgendosi del suo grossolano sbaglio; e da quel momento cominciò a lodar Valancourt con altrettanta bassezza, quanta malignità aveva impiegata fino allora per denigrarlo.

Emilia era stata assorta durante la massima parte del discorso, e fu così preservata dal dispiacere di udirlo; fu sorpresissima dunque nel sentire le lodi delle quali sua zia colmava Valancourt, ed ignorava ancora ch'egli fosse nipote della Clairval; epperò vide senza rammarico la zia, più imbarazzata di quello che volesse parere, cercar di ritirarsi subito dopo la cena. Montoni venne allora a darle la mano per condurla alla carrozza, e Cavignì, con ironica gravità, la seguì accompagnando Emilia. Nel salutarli e nel rialzar la portiera, essa vide l'amante tra la gente, alla porta. Egli sparve prima della partenza della vettura; la zia non disse nulla ad Emilia, ed elleno si separarono giugnendo a casa.

La mattina seguente, essendo Emilia a colazione colla zia, le fu presentata una lettera, di cui, al solo indirizzo, riconobbe il carattere; la ricevè con mano tremante, e la zia domandò tosto donde venisse. Emilia la disigillò con suo permesso, e vedendo la firma di Valancourt, gliela consegnò senza leggerla. La Cheron la prese con impazienza, e mentre la leggeva, Emilia procurava d'indovinarne il contenuto nei di lei sguardi; gliela restituì quasi subito, e siccome gli sguardi della nipote domandavano se potesse leggere: « Sì, leggete, leggete, figliuola, » le disse con minor severità di quello che si aspettava. Emilia non aveva mai obbedito tanto volentieri. Valancourt nella sua lettera, parlava poco dell'abboccamento del dì prima; dichiarava che non avrebbe ricevuto congedo se non da lei sola, e la scongiurava di riceverlo quella sera medesima, mentre leggeva, stupiva che la Cheron mostrasse tanta moderazione, e, guardandola timidamente, le disse: « Che debbo rispondergli?

— Eh! bisogna vederlo quel giovine, sì certo, » disse la zia; « bisogna vedere ciò che può dire a favor suo; fategli dire che venga. »