CAPITOLO XVI
Montoni ed il suo compagno non erano ancora tornati a casa all'alba: i gruppi delle maschere o dei ballerini si dispersero collo spuntar del giorno, come tante chimere. Montoni era stato occupato altrove; la di lui anima poco suscettibile di frivole voluttà, si pasceva nello sviluppo delle passioni energiche, le difficoltà, le tempeste della vita che rovesciano la felicità degli altri, rianimavano tutta l'elasticità dell'anima sua, procurandogli i soli godimenti dei quali potesse esser capace; senza un estremo interesse la vita non era per lui che un sonno. Quando gli mancava l'interesse reale, se ne formava di artificiali, finchè l'abitudine, venendo a snaturarli, cessassero di esser fittizi: tale era l'amore pel giuoco. Non vi si era abbandonato dapprincipio che per togliersi dall'inerzia e dal languore, e vi aveva persistito con tutto l'ardore di una passione ostinata. Aveva passata la notte con Cavignì a giuocare in una società di giovani che avevan molto da spendere e molti vizi da soddisfare. Montoni sprezzava la maggior parte di questa gente, più per la debolezza de' loro talenti, che per la bassezza delle inclinazioni, e non li frequentava se non per renderli strumenti de' suoi disegni. Fra costoro però eranvene di più abili, e Montoni li ammetteva alla sua intimità, conservando però sopra di loro quell'alterigia decisa che comanda la sommessione agli spiriti vili o timidi, e suscita l'odio e la fierezza degli spiriti superiori. Egli avea dunque numerosi e mortali nemici; ma l'antichità del loro odio era la prova certa del di lui potere; e siccome il potere era il suo unico scopo, gloriavasi più di quest'odio che di tutta la stima che avessero potuto tributargli. Sprezzava dunque un sentimento tanto moderato come quello della stima, ed avrebbe disprezzato sè medesimo, se si fosse creduto capace di contentarsene. Nel numero ristretto di coloro ch'egli distingueva, contavansi i signori Bertolini, Orsino e Verrezzi. Il primo aveva un carattere allegro e passioni vive; era di una dissipazione e d'una stravaganza senza pari, ma del resto generoso, ardito e schietto. — Orsino, orgoglioso e riservato, amava il potere più che l'ostentazione: avea indole crudele e sospettosa; sentiva vivamente le ingiurie, e la sete della vendetta non gli dava riposo. Sagace, fecondo in ripieghi, paziente, costante nella sua perseveranza, sapeva signoreggiare le azioni e le passioni. L'orgoglio, la vendetta e l'avarizia erano quasi le sole ch'ei conoscesse: pochi riflessi che valessero ad arrestarlo, e pochi gli ostacoli che potessero eludere la profondità de' suoi stratagemmi. Costui era il favorito di Montoni.
Verrezzi non mancava di talenti; ma la violenza della sua immaginazione lo rendeva schiavo delle passioni più opposte. Egli era giocondo, voluttuoso, intraprendente, ma non aveva nè fermezza, nè coraggio vero, ed il più vile egoismo era l'unico principio delle sue azioni. Pronto ne' progetti, petulante nelle speranze, il primo ad intraprendere e ad abbandonare non solo le sue imprese, ma anche quelle degli altri; orgoglioso, impetuoso ed insobordinato: tal Verrezzi; chiunque però conosceva a fondo il di lui carattere, e sapeva dirigere le sue passioni, lo guidava come un fanciullo.
Questi erano gli amici che Montoni introdusse in casa sua, ed ammise a mensa, il giorno dopo il suo arrivo a Venezia. Vi era parimente fra loro un nobile Veneziano chiamato il conte Morano, ed una tal signora Livona, che Montoni presentò alla moglie come persona di merito distinto; essa era venuta la mattina per congratularsi del suo arrivo, ed era stata invitata a pranzo.
La signora Montoni ricevè di mala grazia i complimenti di quei signori. Bastava, per dispiacerle, che fossero amici di suo marito; e li odiava perchè accusavali d'aver contribuito a fargli passar la notte fuori di casa. Finalmente l'invidiava, chè, sebbene convinta della poca influenza di lei su Montoni, supponeva che preferisse la loro società alla sua. Il grado del conte Morano gli fruttò un'accoglienza che ricusava a tutti gli altri: il di lei portamento, le maniere sprezzanti, ed il suo stravagante e ricercato abbigliamento (essa non aveva ancora adottato le fogge veneziane), contrastavano forte colla bellezza, modestia, dolcezza e semplicità della nipote. Questa osservava con più attenzione che piacere la società che la circondava: la bellezza però, e le grazie seducenti della signora Livona l'interessarono involontariamente; la dolcezza de' suoi accenti e la sua aria di compiacenza risvegliarono in Emilia le tenere affezioni che sembravano sopite da lungo tempo.
Per profittare della frescura della sera, tutta la compagnia s'imbarcò nella gondola di Montoni. Lo splendido fulgore del tramonto coloriva ancora le onde, andando a morire a ponente; le ultime tinte parevano dileguarsi a poco a poco, mentre l'azzurro cupo del firmamento cominciava a scintillar di stelle. Emilia abbandonavasi ad emozioni dolci e serie insieme; la quiete della laguna su cui vogava, le immagini che venivano a pingervisi, un nuovo cielo, gli astri ripercossi nelle acque, il profilo tetro delle torri e de' portici, il silenzio infine in quell'ora solenne, interrotto sol dal gorgoglio dell'onda e dai suoni indistinti di lontana musica, tutto sublimava i suoi pensieri. Sgorgaronle lagrime; i raggi della luna, luminosi ognor più che le ombre diffondeansi, proiettavano allora su di lei il loro argenteo splendore. Semicoperta d'un nero velo, la sua figura ne ricevea un'inenarrabile soavità. Il conte Morano, seduto accanto ad Emilia, e che l'aveva considerata in silenzio, prese improvvisamente un liuto, e suonandolo con molta agilità, cantò un'aria piena di malinconia con voce insinuante. Quand'ebbe finito, diede il liuto ad Emilia, che, accompagnandosi con quell'istrumento, cantò con molto gusto e semplicità una romanza, poi una canzonetta popolare del suo paese; ma questo canto le richiamò al pensiero rimembranze dolorose: la voce tremante le spirò sul labbro, e le corde del liuto non risuonarono più sotto la sua mano. Vergognandosi infine della commozione che l'aveva tradita, passò tosto ad una canzone sì allegra e graziosa, che tutta la conversazione proruppe in applausi e fu obbligata a ripeterla. In mezzo ai complimenti che le venivano fatti, quelli del conte non furono i meno espressivi, e non cessarono se non quando Emilia passò il liuto alla signora Livona, la quale se ne servì con tutto il gusto italiano.
Il conte, Emilia, Cavignì e la signora Livona cantarono quindi canzonette accompagnate da due liuti, e da qualche altro istrumento. Talvolta gli strumenti tacevano, e le voci, in accordo perfetto, andavano indebolendosi fino all'ultimo grado; dopo una breve pausa si rialzavano, gli strumenti riprendevan forza, ed il coro generale echeggiava per l'aria.
Intanto, Montoni, annoiato di quella musica, rifletteva al mezzo di disimpegnarsi per seguir coloro che volevano andare a giuocare in un casino. Propose di tornare a terra: Orsino l'appoggiò con piacere, ma il conte e tutti gli altri vi si opposero con vivacità.
Montoni meditava di nuovo il modo di sbarazzarsi da quell'impaccio; una gondola vuota che tornava a Venezia passò accanto alla sua. Senza tormentarsi più a lungo per una scusa, profittò dell'occasione, e affidando le signore agli amici partì con Orsino. Emilia, per la prima volta, lo vide andar via con rincrescimento, poichè considerava la di lui presenza come una protezione, senza saper bene ciò che avesse a temere. Egli sbarcò alla piazza San Marco, e correndo al casino, si perdè nella folla de' giuocatori.
Il conte aveva fatto partire segretamente un suo servo nella barca di Montoni per mandar cercare i suoi suonatori e la propria gondola. Emilia, ignara di tutto questo, intese le allegre canzonette de' gondolieri che, turbando coi remi le onde argentine, ove ripercoteasi la luna, si avvicinavano, e distinse poco dopo il suono degli istrumenti, ed una sinfonia veramente armoniosa; nell'istante medesimo le barche si avvicinarono, il conte spiegò tutto, e passarono nella di lui gondola parata col gusto più squisito.