La calma nella quale Emilia erasi mantenuta in presenza dello zio, l'abbandonò quando fu sola: pianse amaramente; ripetè più d'una volta il nome del padre, di quel tenero padre che non vedeva più, e di cui si rammentava tutti gli avvertimenti datile al letto di morte. « Oimè! » diceva essa; « conosco bene adesso che la forza del coraggio è preferibile alle grazie della sensibilità. Farò tutti gli sforzi per adempire alla mia promessa; non mi abbandonerò ad inutili lamenti, e procurerò di soffrire con fortezza d'animo l'oppressione che non posso evitare. »

Sollevata in qualche modo dal suo fermo proposito di adempire in parte alle ultime volontà paterne, terse il pianto, e comparve a tavola colla consueta serenità.

Verso sera, le signore andarono a prendere il fresco nella carrozza della Quesnel sulle rive della Brenta. La situazione d'Emilia formava un contrasto malinconico coll'allegria delle brillanti società riunite sotto gli alberi lungo il delizioso fiume. Taluni ballavano all'ombra, altri, sdraiati sull'erba, prendevano gelati, mangiavano frutti e gustavano in pace le dolcezze d'una bella sera all'aspetto del più bel paese del mondo.

La fanciulla considerando le lontane vette nevose degli Appennini, pensò al castello di Montoni, e fremè all'idea ch'egli ve la condurrebbe, ed avrebbe saputo costringerla all'obbedienza. Questo timore però svanì, riflettendo ch'era in di lui potere a Venezia, come lo sarebbe stata in ogni altra parte.

Tornarono a Miarenti assai tardi; la cena era preparata nella magnifica rotonda già tanto ammirata da Emilia: le signore si riposarono sotto il portico, finchè Quesnel, Montoni ed altri gentiluomini vennero a raggiungerle. Emilia faceva ogni sforzo per tranquillarsi, allorchè una barca sostò d'improvviso alla scalea del giardino, ed essa distinse la voce di Morano, il quale comparve poco dopo. Ricevè i di lui complimenti in silenzio, e la sua freddezza parve da principio sconcertarlo, ma in seguito si rimise, riprese il suo brio, e la fanciulla osservò che la specie d'adulazione onde l'opprimevano i suoi zii, e di cui ella maravigliossi forte, eccitava solo il suo disgusto.

Appena potè ritirarsi, le di lei riflessioni quasi involontariamente si aggirarono sui mezzi possibili d'indurre il conte a desistere dalle sue pretese; la sua delicatezza non ne trovò di più efficace fuor quello di confessargli un vincolo già formato, e rimettersene alla di lui generosità. Nullameno, quando la domane egli rinnovò le sue premure, Emilia abbandonò quel progetto: sarebbe repugnato troppo al di lei orgoglio lo svelare il segreto del suo cuore ad un uomo come Morano, e domandargli un sacrifizio; talchè respinse con impazienza il piano già concetto. Ripetè il suo rifiuto nei termini più decisi, e biasimò severamente la condotta tenuta verso di lei. Il conte ne parve mortificato, ma continuò a persistere nelle solite assicurazioni di tenerezza; l'arrivo della Quesnel l'interruppe, e fu per Emilia un gran soccorso.

Di tal guisa, Emilia passò i giorni più infelici in quella casa deliziosa a motivo dell'ostinata assiduità di Morano, e della tirannia crudele che esercitavano su di lei Quesnel e Montoni, i quali parevano, al par della zia, più risoluti che mai a siffatto matrimonio. Quesnel, vedendo infine che i discorsi e le minacce erano egualmente inutili per venire ad una pronta decisione, vi rinunziò, e tutto fu rimesso al tempo ed al potere di Montoni. Emilia intanto desiderava tornar a Venezia, sperando colà sottrarsi in parte alle persecuzioni di Morano; d'altro lato, Montoni, distratto dalle occupazioni, non sarebbe sempre stato in casa. In mezzo alle sciagure, pensò anche a raccomandar con forza la povera Teresa a Quesnel il quale, la lusingò promettendole che non l'avrebbe dimenticata.

Montoni, in un lungo colloquio, concertò con Quesnel il piano da eseguirsi riguardo alla nipote, e questi promise trovarsi a Venezia tosto dopo la celebrazione del matrimonio.

Emilia per la prima volta, non provò verun rincrescimento a separarsi da' parenti. Morano tornò a Venezia nella stessa barca di Montoni. La fanciulla, la quale osservava gradatamente l'avvicinarsi di quella superba città, si vide dappresso la sola persona che potesse diminuirgliene il piacere. Arrivarono verso mezzanotte; Emilia fu liberata dalla presenza del conte, che seguì Montoni in un casino, e potè finalmente ritirarsi nella sua camera.

Il dì seguente, lo zio in un breve colloquio dichiarò ad Emilia che non intendeva esser tirato più per le lunghe; il suo matrimonio col conte era per lei di un vantaggio così prodigioso, che sarebbe follìa l'opporvisi, ed una follìa inconcepibile, e che verrebbe celebrato senza dilazione, e, se facea duopo, senza di lei consenso. La giovane, la quale fino allora aveva impiegate le ragioni, ricorse alle preghiere: il dolore le impediva di considerare che, con un uomo del carattere di Montoni, le suppliche non produrrebbero migliore effetto delle ragioni. Gli domandò poscia con qual diritto esercitasse egli su di lei quell'autorità illimitata. In uno stato più tranquillo, non avrebbe rischiato questa domanda che non le giovava a nulla, e faceva trionfare Montoni della sua debolezza e del suo isolamento.