La dignità e il nobile contegno con cui mosse incontro al conte, l'aria rassegnata e pensierosa che ne addolciva la fisonomia, non erano mezzi capaci per farlo rinunziare a lei, nè servirono se non ad aumentare una passione che l'aveva già inebriato. Egli ascoltò ciò ch'essa diceva con apparente compiacenza e gran desiderio di contentarlo, ma la sua risoluzione era invariabile. Mise in opera con lei l'arte e l'insinuazione la più raffinata. Persuasa Emilia che non avesse nulla da sperare dalla di lui giustizia, ripetè solennemente le sue proteste d'opposizione, e lo lasciò coll'assicurazione formale che avrebbe saputo mantenersi nella negativa anche malgrado la violenza. Un giusto orgoglio aveane trattenute le lacrime in presenza di Morano, ma appena si trovò sola, pianse amaramente, invocando il padre, ed attaccandosi con dolore inesprimibile all'idea di Valancourt.

La sera era avanzatissima, allorchè la Montoni entrò nella di lei camera cogli ornamenti nuziali che inviavale il conte. Essa aveva scansata la nipote per tutta la giornata, temendo cedere ad un'insolita sensibilità: non ardiva esporsi alla disperazione di Emilia; e forse la sua coscienza, il cui linguaggio era sì poco frequente, le rimproverava una condotta sì dura verso un'orfana figlia di suo fratello, e della quale un padre moribondo le aveva affidata la felicità.

Emilia non volle vedere quei regali, e tentò, sebbene senza speranza, un nuovo ed ultimo sforzo per interessare la compassione della zia. Commossa forse alternativamente dalla pietà o dai rimorsi, seppe nasconder l'una e gli altri, e rimproverò alla nipote la follia di affliggersi per un matrimonio che non poteva mancare di renderla felice. « Certo, » le diss'ella, « se io non fossi maritata, e se il conte mi offrisse la sua mano, sarei molto lusingata di questa distinzione. Se io credo dover pensare così, voi, nipote mia, che non siete ricca, dovete indubitatamente trovarvene onoratissima, e mostrare una riconoscenza, un'umiltà verso Morano, tale da corrispondere alla sua condiscendenza. Son sorpresa, ve lo confesso, di veder lui così sommesso e voi così orgogliosa. Stupisco della sua pazienza, e, se fossi in lui, vi farei per certo ricordare un po' meglio dei vostri doveri. Io non vi adulerò, ve lo dico schietto; è questa ridicola adulazione che vi dà tanta e tale opinione di voi stessa, che vi fa credere non esservi nessuno che possa meritarvi. L'ho detto spesso al conte; io non badava alla stravaganza de' suoi complimenti, e voi li pigliavate alla lettera.

— La vostra pazienza, signora, » disse Emilia, « soffriva allora assai meno della mia.

— Tutto questo è pura affettazione, null'altro, » rispose la zia; « io so che l'adulazione v'insuperbisce e vi rende così vana, che credete ingenuamente di vedere tutti gli uomini ai vostri piedi; ma v'ingannate. Posso accertarvi, nipote mia, che non troverete molti adoratori come il conte; chiunque altro vi avrebbe voltate le spalle, e vi avrebbe lasciata in preda a un tardo pentimento.

— Oh! perchè mai il conte non fa quel che farebbero gli altri? » disse Emilia sospirando.

— È una fortuna per voi che non sia così, » replicò la zia.

— Io non sono ambiziosa; desidero solo restare nello stato in cui mi trovo.

— Non si tratta di ciò, » soggiunse la zia; « vedo che pensate sempre a quel Valancourt. Scacciate, ven prego, queste ubbie amorose e questo ridicolo orgoglio; diventate ragionevole. D'altronde son tutte ciarle inutili; voi sarete maritata domani, vogliate o no, già lo sapete: il conte non vuole esser più a lungo vostro zimbello. »

La fanciulla non tentò rispondere a siffatta singolare aringa, sentendone l'inutilità. La zia depose i regali del conte sopra un tavolino ove appoggiavasi Emilia, e le augurò la buona sera. L'orfanella fissò gli occhi sulla porta dond'era uscita la zia; ascoltava attenta se qualche suono venisse a rialzar l'abbattimento spaventoso de' suoi spiriti. Era mezzanotte passata; tutti dormivano, tranne il servo che aspettava il padrone. Il di lei animo, prostrato dai dispiaceri, cedè allora a terrori imaginari; tremava considerando le tenebre dell'ampia stanza in cui trovavasi; temeva senza saper perchè. Durò in tale stato tanto tempo, che avrebbe chiamata Annetta, la cameriera della zia, se la paura le avesse concesso d'alzarsi dalla sedia e traversar le camere. Le tetre illusioni a poco a poco svanirono; ed andò a letto, non per dormire, era impossibile, ma per cercar di calmare il disordine dell'accesa fantasia e raccogliere le forze che le sarebbero state necessarie per la mattina seguente.