Il conte aveva due figli del primo letto, e volle che venissero con lui. Enrico, in età di venti anni, era già al servizio militare; Bianca, che non ne aveva ancora diciotto, era sempre nel convento, dove l'avean messa all'epoca delle seconde nozze del padre. La contessa non aveva talenti bastanti per dare una buona educazione alla figliastra, nè il coraggio per intraprenderla, e perciò aveva consigliato il marito ad allontanarla; temendo quindi che una bellezza nascente venisse ad eclissare la sua, aveva impiegato in seguito tutta l'arte per prolungare la reclusione della fanciulla. La notizia ch'essa usciva di monastero fu per lei di gran mortificazione, la quale però mitigossi considerando che, se Bianca usciva dal chiostro, l'oscurità della provincia avrebbe sepolte le sue grazie per qualche tempo.

Il giorno della partenza, la carrozza del conte si fermò al convento. Il cuore della giovinetta palpitava di piacere alle idee di novità e libertà che le s'offrivano. A misura che si avvicinava l'epoca del viaggio, la sua impazienza crebbe al punto di contar perfino i minuti che le mancavano a finir quella notte. Appena spuntata l'alba, Bianca era balzata dal letto per salutare quel bel giorno, in cui sarebbe stata liberata dai vincoli del chiostro, per andar a godere la libertà in un mondo, ove il piacere sorride sempre, la bontà non si altera mai, e regna col piacere senza verun ostacolo. Quando intese suonare il campanello, corse al parlatorio, udì il rumore delle ruote e vide fermarsi nel cortile la carrozza di suo padre: ebbra di gioia, correva pei corridoi annunziando alle amiche la sua imminente partenza. Una monaca venne a cercarla per ordine della superiora, che scese alla porta onde ricevere la contessa, la quale parve a Bianca un angelo sceso per condurla al tempio della felicità. La contessa però, nel vederla, non fu animata dagl'istessi sentimenti. Bianca non era mai parsa tanto amabile, ed il sorriso dell'allegrezza dava a tutta la sua fisonomia la beltà dell'innocenza felice. Dopo un breve colloquio, la contessa si congedò: era il momento che Bianca attendeva con impazienza, come l'istante in cui stava per cominciare la sua felicità; ma non potè astenersi dal versar lacrime, abbracciando le sue compagne che piangevano egualmente nel dirle addio. La badessa, così grave, così imponente, la vide partire con un dispiacere, di cui non si sarebbe creduta capace un'ora prima. Bianca uscì dunque piangendo da quel soggiorno, ch'erasi immaginata di abbandonar ridendo.

La presenza del padre, le distrazioni del viaggio assorbirono presto le sue idee, e dispersero quell'ombra di sensibilità. Poco attenta ai discorsi della contessa e di madamigella Bearn sua amica che l'accompagnava; ella perdeasi in soavi meditazioni; vedeva le nubi tacite solcar l'azzurro firmamento velando il sole, ed oscurando così tratti di paese con bella alternativa di ombre e di luce. Quel viaggio fu per Bianca un seguito di piaceri; la natura, ai suoi occhi, variava ogni momento, mostrandole le più belle ed incantevoli vedute.

Verso la sera del settimo giorno, i viaggiatori scorsero in lontananza il castello di Blangy. La sua pittoresca situazione impressionò molto la fanciulla. A misura che si avvicinavano, ammirava la gotica struttura, le superbe torri, la porta immensa dell'antico edificio; essa credeva quasi d'avvicinarsi ad uno di que' castelli celebrati nell'istorie antiche, dove i cavalieri vedevano dai merli un campione col suo seguito, vestito di negra armatura, venire a strappar la dama de' suoi pensieri dall'oppressione d'un orgoglioso rivale. Essa aveva letto questa novella nella libreria del monastero, ripiena di cronache antiche.

Le carrozze si fermarono ad una porta che metteva nel recinto del castello, e che allora era chiusa. La grossa campana che serviva ad annunziar gli stranieri era da lunga pezza caduta; un servo salì sur un muro rovinato, per avvertire l'agente dell'arrivo del padrone. Bianca, appoggiata allo sportello, considerava con emozione i luoghi circostanti. Il sole era tramontato, il crepuscolo avvolgeva i monti; il mare lontano ripercotea ancora all'orizzonte una striscia di luce. Udivasi il fragor monotono dell'onde che venivano a frangersi sul lido. Ciascuno della compagnia pensava ai diversi oggetti che più l'interessavano. La contessa sospirava i piaceri di Parigi, vedendo con pena ciò ch'ella chiamava orridi boschi e selvaggia solitudine; penetrata dall'unica idea di dover essere sequestrata in quell'antico castello, si doleva di tutto. I sentimenti d'Enrico erano eguali; pensava sospirando alle delizie della capitale e ad una vaghissima dama ch'egli amava; ma il paese, ed un genere di vita diverso, avevano per lui l'incantesimo della novità ed il suo rincrescimento era mitigato dalle ridenti illusioni della gioventù.

Le porte s'apersero alfine; la carrozza penetrò lentamente tra folti castagni che impedivan la vista. Era il viale di cui già s'erano internati Sant'Aubert ed Emilia nella speranza di trovare un asilo vicino.

« Che brutti luoghi! » sclamò la contessa; « certo, voi non contate, signore, restare tutto l'autunno in questa barbara solitudine. Bisognerebbe aver portata una bottiglia d'acqua di Lete, affinchè almeno la rimembranza d'un paese meno sgradevole non aumentasse la tristezza di questo.

— Io mi regolerò secondo le circostanze, » rispose il conte; « questa barbara solitudine era l'abitazione de' miei antenati. »

Il custode del castello insieme ai servi stati mandati anticipatamente da Parigi, ricevettero il padrone all'ingresso del portico. Bianca riconobbe che l'edifizio non era intieramente di stile gotico. La sala immensa in cui entrarono non era però di gusto moderno. Un finestrone lasciava vedere un piano inclinato di verzura, formato dalla cima degli alberi sul pendìo del colle, ove sorgea il castello. Si scorgevano al di là le onde del Mediterraneo perdersi, a mezzogiorno od a levante, nell'orizzonte.

Bianca, nel traversar la sala, si fermò ad osservare un sì bel colpo d'occhio, ma ne fu presto riscossa dalla contessa la quale, malcontenta di tutto, impaziente di rifocillarsi e di riposare, si affrettò di giungere ad un salotto, adorno di mobili antichissimi, ma riccamente guarniti di velluto e di frange d'oro.