Una estrema curiosità contrastò allora colla paura nello spirito degli uditori, i quali risolsero d'aspettare l'esito della temeraria impresa del loro collega.


CAPITOLO XLIV

Il conte avea ordinato che l'appartamento del nord fosse aperto e preparato, ma Dorotea, rammentandosi quanto ci aveva veduto, non ebbe coraggio di obbedire: nessuno dei servitori volle prestarvisi, ed esso restò chiuso fino al momento in cui Lodovico doveva entrarvi, momento aspettato da tutti con impazienza.

Dopo cena, il giovane seguì il conte nel suo gabinetto, e vi rimasero quasi mezz'ora; nell'uscire, il conte gli consegnò una spada. « Questa ha servito nelle guerre mortali, » diss'egli ridendo; « tu ne farai senza dubbio uso onorevole in una mischia affatto spirituale; e domattina sentirò con piacere che non resta più un solo fantasma nel castello. »

Lodovico ricevè la spada con un saluto rispettoso, e rispose: « Sarete obbedito, signor conte, e m'impegno da ora in avanti che veruno spettro non turbi ulteriormente il riposo di questa dimora. »

Recaronsi nel salotto, ove gli ospiti del conte aspettavano per accompagnarlo all'appartamento del nord. Dorotea consegnò le chiavi a Lodovico, e s'incamminò a quella volta in compagnia della maggior parte degli abitanti. Giunti a' piè della scala, parecchi servitori, impauriti, non vollero andar più innanzi, e gli altri la salirono sino al pianerottolo. Lodovico mise la chiave nella serratura, ed intanto tutti lo guardavano con tanta curiosità, come se fosse occupato di qualche operazione magica; e siccome egli non era pratico di quella serratura, Dorotea l'aprì pian piano; ma quando i di lei sguardi ebbero penetrato nell'interno oscuro della stanza, mise un grido e si ritirò. A questo segnale d'allarme, la maggior parte degli spettatori fuggirono a precipizio giù per la scala; il conte, Enrico e Lodovico, rimasti soli, entrarono nell'appartamento; Lodovico teneva in mano la spada nuda, il conte portava una lampada, ed Enrico un paniere pieno di provvisioni pel bravo avventuriere. Traversando quella fila di stanze, il conte restò sorpreso del loro stato rovinoso, ed ordinò al servo di dire il giorno dopo a Dorotea, d'aprire tutte quelle finestre, volendo far restaurare quel magnifico appartamento; indi gli chiese dove facesse conto di stabilirsi.

« Dicono esserci un letto in una stanza; è là che voglio dormire, se per caso mi sentissi stanco di vegliare. »

Giunti alla camera indicata, v'entrarono tutti: il conte fu colpito nel vederne l'aspetto funebre; accostossi al letto commosso, e trovandolo coperto col panno di velluto nero, sclamò: « Che cosa significa ciò? — Mi fu detto che la marchesa di Villeroy è morta in questo luogo stesso, e vi giacque sino all'ora del seppellimento. Quel velluto ricopriva per certo il feretro. »

Il conte non rispose nulla, ma divenne pensieroso; voltossi quindi verso Lodovico, gli domandò con serietà se realmente avrebbe coraggio di restar lì solo tutta la notte. « Se hai paura, » soggiunse, « non arrossire di confessarmelo; io saprò scioglierti dal tuo impegno senza esporti ai sarcasmi degli altri. »