L'orgoglio e qualche poco di paura parevan tenere perplessa l'anima di Lodovico. Finalmente l'orgoglio trionfò e rispose:
« No, signore, no, finirò l'impresa che ho cominciata, e sono commosso della vostra attenzione. Accenderò un bel fuoco nel camino, e spero passare bene il tempo colle provvisioni del paniere.
— Benissimo, ma come farai a difenderti dalla noia, se tu non potessi dormire?
— Quando sarò stanco, eccellenza, non avrò paura di dormire; ma in tutti i casi ho meco un libro che mi divertirà.
— Spero che non sarai sturbato; ma se nel corso della notte tu potessi concepire qualche serio timore, vieni a trovarmi nel mio appartamento. Confido troppo nel tuo giudizio e coraggio, per temere che tu possa spaventarti per qualche frivolezza. Domani io t'avrò l'obbligo d'un servigio importante. Si aprirà l'appartamento, e tutta la servitù sarà convinta della sua stoltezza. Buona notte, Lodovico; vieni a trovarmi di buon'ora, e ricordati ciò che ti ho detto.
— Sì, signore, me ne rammenterò. Buona notte, eccellenza; permettete che vi faccia lume. »
Accompagnò il conte ed Enrico fino all'ultima porta, e siccome qualche servitore, nel fuggire, aveva lasciato un lume sul pianerottolo, il contino lo prese, e augurò la buona notte a Lodovico, il quale rispose con molto rispetto, e chiuse la porta. Cammin facendo per tornare nella camera da letto, esaminò con iscrupolosa cura tutte le stanze per le quali doveva passare, temendo vi si potesse essere nascosto qualcuno per ispaventarlo. Non vi trovò nessuno. Lasciò aperti tutti gli usci, e giunse nel salone, la cui muta oscurità lo fece gelare. Voltandosi indietro a guardare la lunga fila di stanze percorse, nel procedere innanzi scorse un lume e la propria figura riflettuti in uno specchio; rabbrividì. Altri oggetti pingeansivi oscuramente; non si fermò a considerarli; avanzandosi ratto nella camera da letto, vide la porta dell'oratorio. L'aprì, tutto era tranquillo. Colpito alla vista del ritratto della defunta, lo considerò lungo tempo con sorpresa ed ammirazione. Esaminato quindi il luogo, rientrò in camera, ed accese un buon fuoco, la cui vivida fiamma rianimò il di lui spirito, che cominciava a indebolirsi per l'oscurità e pel silenzio. Non si sentiva allora se non il vento soffiare attraverso le finestre, prese una sedia trascinò un tavolino presso al fuoco, cavò una bottiglia di vino con alcune provvisioni dal paniere, e cominciò a mangiare. Allorchè ebbe cenato, pose la spada sul tavolino, e non essendo disposto a dormire, trasse di tasca il libro ond'aveva parlato. Era una raccolta di antiche novelle provenzali. Attizzò il fuoco, smoccolò la lampada, e si mise a leggere. La novella che scelse attirò in breve tutta la sua attenzione........
Il conte frattanto era tornato nel tinello ove tutti l'aspettavano. Ciascuno era fuggito al grido penetrante di Dorotea, e gli fecero mille domande sullo stato dell'appartamento. Il conte li beffò per quella fuga precipitata e la superstiziosa loro debolezza.
Quando la compagnia si fu separata, il conte si ritirò nel suo quartiere. La rimembranza delle scene onde la casa era stata il teatro, l'affannava singolarmente. Alla fine fu scosso da' suoi pensieri dal suono d'una musica che intese vicino alla finestra.
« Cos'è quest'armonia? » diss'egli al suo cameriere; « chi suona e canta a quest'ora sì tarda? »