« I colpevoli non possono reclamare questa protezione, » disse suor Agnese sospirando e fissati gli occhi in Emilia, la prese per la mano dicendole: « Voi siete giovine, siete innocente, ma avete passioni in cuore... veri serpenti. Essi dormono ora: guardate che non si sveglino perchè vi ferirebbero a morte. »
La fanciulla, colpita da tali parole, e dal modo con cui venivano pronunziate, non potè trattener le lacrime.
« Ah! è dunque vero! » sclamò allora suor Agnese con tenerezza; « così giovine, ed essere infelice! Noi siamo adunque sorelle? Esistono dunque teneri rapporti fra i colpevoli? » Quindi, con occhi smarriti: « No, non c'è più riposo! non più pace! non più speranza. Le ho gustate per l'addietro; allora poteva piangere. La mia sorte è decisa.
— C'è speranza per tutti quelli che si pentono e si correggono, » disse suor Francesca.
— Per tutti, fuorchè per me, » replicò suor Agnese. « Ma la testa mi bolle, credo esser malata. Oh! perchè non posso cancellare il passato dalla memoria! Quelle ombre che sorgono come furie per tormentarmi, le veggo sempre in sogno; quando mi sveglio mi stanno dinanzi! Ed ora le vedo là, là... »
Restò qualche tempo nell'atteggiamento dell'orrore: i di lei sguardi erravano per la camera, come se avessero seguito qualche oggetto. Una monaca la prese dolcemente per la mano onde condurla fuori. Suor Agnese si calmò, mise un sospiro, e disse:
« Esse sono sparite, sì, sono sparite. Ho la febbre, e non so quel ch'io dica. Talvolta mi trovo in questo stato, ma presto passa. Fra poco starò meglio. Addio, care sorelle; vo' ritirarmi in cella; sovvengavi di me nelle vostre orazioni. »
Appena fu uscita, suor Francesca vedendo l'emozione di Emilia, le disse:
« Non vi sorprenda. La nostra sorella ha spesso la testa alterata, sebbene io non l'abbia mai veduta in un delirio così grande come oggi, ma spero che la solitudine e l'orazione la calmeranno.
— La sua coscienza pareva oppressa, » disse Emilia; « sapete voi per qual motivo sia ridotta in uno stato così deplorabile?