— In collera! » sclamò Emilia, e versava lagrime in copia. « Quanto tempo è che non l'avete veduto?

— Oimè! non ne ho più avuta notizia dacchè egli partì improvvisamente per la Linguadoca; veniva allora da Parigi, e, come vi diceva poc'anzi, son tre mesi che il fattore non mi manda la mia pensione. Comincio a temere che gli sia accaduta qualche disgrazia. Se non fossi così lontana da Estuvière, e potessi camminare, sarei già andata ad informarmi di lui. »

L'ansietà d'Emilia era divenuta insopportabile; essa non poteva convenientemente mandare dal fratello di Valancourt; ma pregò Teresa di far partire, a nome suo però, un espresso per informarsi dal fattore sul destino del cavaliere. Si fece promettere dalla vecchia di non nominarla mai in questo affare, e di non parlarne neppure al giovane. Teresa trovò subito il mezzo di contentar la padrona. Emilia le diè qualche denaro, e tornò al castello più afflitta che mai: non poteva persuadersi che un cuore benefico come quello di Valancourt si fosse lordato di vizi, e sentivasi commossa dalla sua prova di bontà per la povera Teresa.


CAPITOLO L

Nell'intervallo, il conte di Villefort e Bianca avevano passato quindici giorni nel castello del barone di Santa-Fè. Avevan fatte molte gite ne' Pirenei ed ammiratene le bellezze. Il conte erasi separato dagli amici con dispiacere, quantunque dovessero in breve formare una sola famiglia, essendosi stabilito, che il giovane Santa-Fè, il quale l'accompagnava in Guascogna, avrebbe sposato Bianca appena giunti a Blangy. La strada che andava alla valle era nella parte più alpestre de' Pirenei ed impraticabile alle carrozze. Il conte noleggiò muli per sè e per tutto il suo seguito; prese due guide bene armate e pratiche di quelle montagne, le quali vantavansi di conoscere tutti i sentieri, non che la posizione delle scarse capanne di pastori, presso le quali dovevano passare.

Il conte partì di buon'ora coll'intenzione di passar la notte in un'osteriuccia a mezza strada dalla valle, di cui avevangli parlato le guide, e dove solevan riposare i mulattieri spagnuoli.

Dopo una giornata d'ammirazione e di fatiche, i viaggiatori trovaronsi in una valle coperta di boschi, e circondata da alture scoscese. Avevano già percorse molte leghe senza incontrare una sola abitazione, e udendo solo tratto tratto i campanelli degli armenti, quando intesero da lontano una musica bizzarra, e videro sopra un'eminenza un gruppo di montanari che ballavano allegramente. Il conte si fermò per godere di quella festa campestre. Erano contadini spagnuoli e francesi che abitavano in un villaggio poco distante. Villefort sospirava pensando che le grazie ed i piaceri innocenti fiorivano nella solitudine, rifuggendo dalle città incivilite. Il sole aveva già percorsa metà della sua carriera, ed i viaggiatori, riflettendo che non avevan tempo da perdere, si rimisero in cammino.

Strada facendo, Bianca osservava in silenzio quelle solitudini, sentiva il lene stormir degli abeti, ed a misura che il sole scendeva all'occaso, sentivasi colta da insolita malinconia. Domandò al padre, quanto fosse ancor distante l'osteria, e se la strada era sicura di notte. Il conte ripetè alle guide la prima di queste due domande: n'ebbe risposta ambigua; e soggiunsero che se la notte si avanzava, sarebbe stato meglio fermarsi, finchè sorgesse la luna. « Ma adesso non si può forse viaggiare con sicurezza? » disse il conte. Le guide l'assicurarono che non eravi nessun pericolo, ed andarono innanzi. Bianca, tranquillata da tale risposta, si compiaceva ad osservare i progressi della notte. Il giovine Santa-Fè, la cui immaginazione, scevra da timore, vedeva in ogni cosa oggetti d'ammirazione, faceva osservare a Bianca i punti di vista più interessanti.