Suor Agnese ricadde, e parve spirare, Emilia, non potendo reggersi s'appoggiò al letto; la badessa e l'assistente s'affrettarono a soccorrere la derelitta. Emilia voleva parlarle.
« Zitto, » disse la badessa, « il delirio è finito essa sta alquanto meglio.
— Sorella, è un pezzo che si trova in questo stato?
— Eran parecchie settimane che non aveva avuto un accesso così violento, » rispose la monaca; « ma l'arrivo di quel gentiluomo, che desiderava tanto di vedere, l'ha agitata forte.
— Sì, » ripigliò la badessa, « ed ecco per certo la causa del delirio; quando starà meglio, la lasceremo quieta. »
Emilia acconsentì volentieri; ma benchè fosse di poca utilità, non volle ritirarsi fin quando potè credere d'essere di qualche aiuto.
Quando suor Agnese ebbe ripresi i sensi, guardò ancora Emilia, ma senza smarrimento, e con una profonda espressione di dolore; passarono alcuni minuti prima che potesse parlare, poi disse debolmente: « La somiglianza è maravigliosa! è più che immaginazione riscaldata! Ditemi, ve ne scongiuro, se, malgrado il nome di Sant'Aubert, che voi portate, non siete figlia della marchesa.
— Di qual marchesa? » rispose Emilia attonita. La calma delle maniere d'Agnese le aveva fatto credere al ritorno della sua ragione. La badessa le diè un'occhiata d'intelligenza, ma essa ripetè la domanda.
« Di qual marchesa? » sclamò Agnese; « io ne conosco una sola: la marchesa di Villeroy. »
Emilia, rammentandosi la commozione di suo padre, allorchè gli fu nominata questa dama, e la domanda da lui fatta di esser sepolto presso le tombe de' Villeroy, provò un estremo interesse, e pregò suor Agnese di spiegare i motivi di tale interrogazione. La badessa avrebbe voluto fare uscire Emilia, la quale, troppo interessata, reiterò la domanda con calore.