CAPITOLO LIV
La sera del giorno dopo, Emilia, volendo saper le nuove di suor Agnese e rivedere le amiche, persuase Bianca di tenerle compagnia fino al monastero, alla cui porta videro una carrozza co' cavalli bagnati di sudore, lo che indicava essere giunti da pochi minuti. Regnava il più cupo silenzio nel cortile e nei chiostri ch'esse traversarono. Arrivando nel salone, furono informate da una monaca che suor Agnese viveva ancora in perfetto sentore, ma che sicuramente sarebbe morta nel corso della notte. Nel parlatorio, parecchie educande vennero a salutarla e a discorrere con lei. Di lì a poco sopraggiunse la badessa, ed espresse la massima soddisfazione nel rivedere Emilia; le sue maniere però avevano una singolar gravità, ed era di mesto umore. « La nostra casa, » diss'ella dopo i primi complimenti, « è veramente una casa di duolo. Una delle nostre sorelle paga in questo momento il tributo alla natura; voi non ignorate senza dubbio che la nostra povera Agnese è moribonda. La morte ci presenta una grande ed importante lezione; sappiamo profittarne, ed impariamo a prepararci al cambiamento che ci attende. Voi siete giovane, mia cara Emilia, e potete acquistare l'inapprezzabile pace della coscienza. Conservatela in gioventù, affinchè divenga un giorno il vostro conforto. Invano avremo fatto qualche buon'azione nell'età provetta, se i nostri primi anni saranno stati macchiati da qualche delitto. Gli ultimi giorni di Agnese sono stati esemplari. Possano dunque espiare le colpe della sua gioventù! I di lei patimenti attuali sono troppo terribili; ma speriamo che le assicureranno il riposo eterno. L'ho lasciata col suo confessore, e con un signore cui desiderava ardentemente di vedere, e ch'è arrivato or ora da Parigi: ardisco lusingarmi che l'aiuteranno a riacquistare la calma, della quale il suo spirito ha tanto bisogno. Durante la sua malattia, essa vi ha rammentata talvolta. Potrebbe darsi ch'ella provasse qualche consolazione nel vedervi. Quando sarà sola andremo a trovarla, se ne avrete il coraggio. Queste scene straziano il cuore, lo confesso; ma è bene abituarvisi, poichè sono molto salutari per l'anima, e ci preparano a quanto dobbiamo soffrire. »
Emilia divenne grave e pensierosa; questo discorso le rammentava le massime del suo buon padre, e sentì il bisogno di piangere nuovamente sulla di lui tomba. Nell'intervallo del silenzio che susseguì le parole della badessa, le tornarono in memoria alcune minute circostanze de' suoi ultimi momenti: la commozione da lui mostrata udendo d'esser vicino al castello di Blangy, la domanda di essere sepolto in un certo luogo del monastero, e l'ordine così positivo di bruciar quelle carte senza leggerle. Si rammentò inoltre le parole orribili e misteriose del manoscritto lette involontariamente, e cui non si ricordava mai senza una penosa curiosità sul senso che potevano avere e sul divieto del padre. Era nonostante contentissima d'avere obbedito ciecamente.
La badessa non disse altro, essendo tanto commossa dal soggetto trattato che non poteva proseguire, e stavano tutte in silenzio per l'egual motivo. La meditazione generale fu poco stante interrotta dall'arrivo di un forestiere. Era esso il signor Bonnac, che usciva in quel punto dalla cella d'Agnese. Pareva assai turbato; ma Emilia credè notare nelle sue espressioni più orrore che dolore. Trasse in disparte la badessa e le parlò per qualche minuto: ella parve star molto attenta: parlava con riflessione e cautela, e mostrava grande interesse. Dopo ch'egli ebbe finito, salutò tutti rispettosamente, e si ritirò. La badessa propose ad Emilia di andare nella camera di suor Agnese; essa vi acconsentì con qualche ripugnanza, e Bianca restò colle educande.
Alla porta della camera, trovarono il confessore, il quale, al loro accostarsi, alzò il capo, ed Emilia riconobbe lo stesso che aveva assistito suo padre; ma egli era astratto, e passò senza osservarla. Entrate nella cella, trovarono suor Agnese distesa sopra una stuoia; presso di lei eravi un'altra monaca. Era essa così cambiata, che Emilia avrebbe difficilmente potuto riconoscerla, se non fosse stata avvertita. La sua fisonomia era tetra ed orribile; gli occhi, infossati e velati, stavan fissi sopra un crocifisso che stringevasi al petto; era così assorta, che da principio non vide nè la badessa, nè Emilia. Finalmente, voltando gli occhi grevi, li fissò con orrore sopra Emilia, sclamando:
« Ah! questa visione mi perseguita fino all'ultimo respiro. »
Emilia indietreggiò spaventata guardando la badessa, che le fece cenno di non temere, e poi disse a suor Agnese: « Figliuola, questa giovine che vi ho condotta è madamigella Sant'Aubert: mi lusingava che l'avreste veduta con piacere. » Agnese non rispose nulla, e considerando Emilia con orribile smarrimento, sclamò: « È dessa. Ah! ell'ha negli sguardi quelle attrattive, che fecero la mia perdita. Che volete? Che cercate? Una riparazione? L'avrete; anzi l'avete già avuta. Quanti anni sono scorsi dacchè non vi ho veduta? Il mio delitto è di ieri; soltanto invecchiai sotto il di lui peso; e voi siete sempre giovine, sempre bella! Bella come all'epoca in cui mi costringeste a quell'esecrabile delitto... Oh! se potessi obliarlo!... Ma a che servirebbe?... Io lo commisi! »
Emilia, estremamente commossa, voleva ritirarsi. La badessa la prese per mano, la incoraggì, e la pregò di aspettare che suor Agnese fosse più tranquilla. Procurò di calmarla, ma la delirante non l'ascoltava, e guardando sempre Emilia, continuò: « A che servono dunque tanti anni d'orazione e di pentimento? No, essi non bastano a lavar la macchia dell'omicidio, sì dell'omicidio. Dov'è egli? dov'è? Guardate, guardate là! s'aggira per questa camera. Perchè venite a turbarmi in questo momento? » ripigliò Agnese, i cui occhi percorrevano lo spazio. « Non son io dunque abbastanza punita? Deh! per pietà, non mi guardate con occhio così severo. Oh cielo! ancora! è dessa! è dessa! Perchè mi guardate con tanta pietà? perchè sorridete? Sorridere a me! Ma qual gemito! udiste?... »