« O Dio! Mia cara padroncina, » disse Teresa, « perchè piangete? Vi conosco fin dall'infanzia, vi amo come mia figlia, e vorrei vedervi felice. È vero che conosco il signor Valancourt da poco tempo; ma ho però forti ragioni per amarlo come mio figlio! Io so benissimo che vi amate scambievolmente! Perchè dunque piangere? » Emilia le fe' segno di tacere, ma essa continuò: « Vi somigliate amendue per ispirito e carattere; se foste maritati, sareste la coppia più felice. Chi impedisce il vostro matrimonio? Dio buono! Dio mio! Come mai si può veder gente che sfuggono la loro felicità, piangono e si disperano quasi non dipendesse da loro l'esser contenti, e come se gli affanni ed il pianto valessero più del riposo e della pace! La scienza è certo una bella cosa, ma se non rende più saggi di così, preferisco di non saper mai nulla. »
L'età ed i lunghi servigi di Teresa le accordavano il diritto di dire il suo parere; non per tanto Emilia l'interruppe, e quantunque riconoscesse la giustizia delle di lei osservazioni, non volle spiegarsi. Si limitò a dirle che questo discorso l'affliggeva; che, per regolare la sua condotta, aveva motivi che non poteva spiegarle, e che bisognava restituir l'anello al cavaliere, dicendogli com'essa non potesse accettarlo. Le disse in seguito, che se faceva caso della sua stima ed amicizia, non doveva più incaricarsi di veruna ambasciata di Valancourt. Teresa ne fu commossa, e tentò insistere, ma il malcontento esternato dalla fisonomia della padroncina, le impedì di proseguire, e partì afflitta e maravigliata.
Per sollevare in qualche modo l'affanno e l'oppressione sua, Emilia si occupò dei preparativi del viaggio. Annetta, che la aiutava, parlava incessantemente del ritorno di Lodovico colla più tenera effusione. Emilia pensò che avrebbe potuto anticipare la loro felicità, e decise che, se Lodovico era costante quanto la semplice e buona cameriera, le avrebbe dato una buona dote, e li avrebbe impiegati in qualche parte de' suoi beni. Queste considerazioni la fecero pensare alla porzione di patrimonio, dal di lei padre venduta a Quesnel. Desiderava ricomprarla, perchè Sant'Aubert aveva dimostrato sovente il maggior rincrescimento che la dimora principale de' suoi avi fosse passata in mani straniere. Quel luogo, d'altronde, l'aveva veduta nascere, ed era la culla de' suoi primi anni. Poco le caleva de' beni di Tolosa, e si propose di venderli per riacquistare il patrimonio avito, se Quesnel acconsentisse a disfarsene. Tale accomodamento non le pareva impossibile, dacchè egli s'occupava di stabilirsi in Italia.
CAPITOLO LIII
Il giorno dipoi, l'arrivo de' suoi amici rianimò l'afflittissima Emilia. La valle fu nuovamente l'asilo d'un'amabile società. La sua indisposizione e lo spavento avuto, toglievano a Bianca qualcosa della sua vivacità, ma ella conservava però un'ingenua semplicità, che la rendeva ancor più interessante. La trista avventura de' Pirenei faceva desiderare impazientemente al conte di tornare al suo castello. Dopo una settimana, Emilia si preparò a seguire i di lei ospiti in Linguadoca, ed affidò a Teresa la cura della casa nella sua assenza. La vigilia della partenza, la buona vecchia le riportò l'anello di Valancourt, scongiurandola, colle lagrime agli occhi, di accettarlo. Non aveva più veduto il cavaliere, nè più udito parlar di lui dal momento che glie l'aveva consegnato. Sì dicendo esternava in volto maggior inquietudine che non volesse manifestarne. Emilia represse la sua, e pensando ch'era per certo tornato dal fratello, persistè nel rifiuto, e raccomandò a Teresa di conservarlo, finchè rivedesse Valancourt.
Il giorno seguente partirono tutti dal castello della valle, e giunsero l'indomani a Blangy. La contessa, Enrico e Dupont, che Emilia fu sorpresa di trovare colà, li ricevettero con indicibil trasporti di gioia. La fanciulla si afflisse molto nel vedere che il conte alimentava sempre le speranze dell'amico. La sera del secondo giorno, Villefort le parlò nuovamente delle offerte di Dupont: l'estrema dolcezza di Emilia nell'ascoltarlo lo ingannò sullo stato del di lei cuore; credè egli che Valancourt fosse quasi dimenticato, e ch'ella potesse avere favorevoli disposizioni per Dupont. Allorchè la di lei risposta l'ebbe convinto del suo errore, il suo zelo per assicurare la felicità di due persone che stimava cotanto lo spinse a farle conoscere che, per un affetto male impiegato, avvelenava i più bei giorni della vita. Vedendo il di lei silenzio e l'abbattimento della sua fisonomia, il conte finì per dirle: « Non insisterò di più, ma son convinto appieno che non rigetterete sempre un uomo tanto stimabile come il signor Dupont. » Le risparmiò la pena di rispondere, e s'allontanò subito.
Emilia continuò a passeggiare, affliggendosi che il conte non desistesse da un progetto da lei sempre respinto. Perduta nelle sue tristi riflessioni, si trovò insensibilmente al bosco che circondava il convento di Santa Chiara, alla vista delle cui torri, accortasi allora quanto si fosse allontanata, risolse di prolungare un po' più la passeggiata, e d'andare ad informarsi della badessa e delle monache sue amiche. Entrò nel parlatorio, e non avendovi trovato nessuno, suppose che fossero tutte in chiesa; finalmente giunse una monaca cercando la badessa con aria d'impazienza, senza osservare Emilia. Ella si fece conoscere, ed intese che stavano pregando per l'anima di suor Agnese, la quale aveva languito per molto tempo, ed in quel momento era moribonda. La monaca le fece il dettaglio dei patimenti di suor Agnese, e le orribili convulsioni da essa patite. Era ricaduta in uno stato tale di disperazione, che nè le sue proprie orazioni, alle quali si univano quelle di tutta la comunità, nè le assicurazioni del confessore, non potevano calmarla, e lasciarle gustare un solo istante di quiete.
Emilia ascoltò tutto col massimo interesse; si rammentava lo smarrimento notato sovente nella fisonomia di suor Agnese, non meno che il racconto di suor Francesca, e la di lei pietà diveniva maggiore. Era già tardi; Emilia non potè nè vederla, nè andar a pregare per lei in quel punto; incaricò la monaca de' suoi complimenti per tutta la comunità, e se ne tornò al castello, pensando tristamente alla misera agonizzante.