— Valancourt dei conti Duverney, » rispose Bonnac.

È impossibile descrivere l'emozione di Dupont quando scoprì nel rivale il benefattore del suo amico. Dopo il primo moto di sorpresa, dissipò le inquietudini di Bonnac, facendogli sapere che Valancourt era in libertà, e trovavasi in Linguadoca. La sua passione per Emilia lo strinse in seguito a fare alcune domande sulla condotta del suo rivale a Parigi. Bonnac ne pareva bene informato; le di lui risposte lo convinsero appieno che Valancourt era stato calunniato, e per quanto doloroso fosse il suo sacrifizio, formò il progetto di riunire Emilia all'amante, non parendogli ora più indegno dei sentimenti ch'essa serbava per lui.

Bonnac raccontò che Valancourt, entrando nel gran mondo, era caduto nei lacci statigli tesi dal vizio e dall'impudenza; passava tutto il tempo fra una marchesa dissoluta ed il giuoco, ove l'ingordigia e l'avarizia de' suoi compagni avevano saputo trascinarlo. Aveva perduto somme vistose colla speranza di riguadagnarne piccole, ed erano appunto queste le perdite delle quali Villefort e Enrico erano stati sovente testimoni. Il conte suo fratello, irritato da tale condotta, ricusò di fargli rimesse rilevanti per soddisfare ai suoi debiti. Valancourt fu dunque imprigionato ad istanza de' creditori, ed il fratello ve lo lasciò per qualche tempo, sperando che un tal castigo avrebbe corretto i suoi costumi, tanto più non avendo avuto il tempo materiale per abituarsi radicalmente al vizio ed alla dissolutezza.

Nell'ozio del carcere, Valancourt ebbe campo di riflettere, e si pentì. La memoria di Emilia, indebolita dalle sue dissipazioni ma sempre presente al suo cuore, si rianimò con tutte le grazie dell'innocenza e della bellezza; sembravagli lo rimproverasse di sacrificare la sua felicità ed i suoi talenti ad occupazioni vergognose e detestabili. Le sue passioni erano vive, ma il cuore non era corrotto; l'abitudine non l'aveva stretto nelle catene del vizio, e dopo molti sforzi e lunghi patimenti spezzò i lacci della seduzione.

Liberato finalmente per cura del conte suo fratello, e impietosito dalla scena commovente dei coniugi Bonnac, ond'era stato testimonio, il primo uso che fece della sua libertà fu al tempo istesso un esempio d'umanità e di temerità; arrischiò, in una casa da giuoco, quasi tutto il denaro mandatogli dal fratello, coll'unica speranza di restituire ai voti della sua famiglia l'amico infelice lasciato in prigione. La fortuna lo favorì, ma colse tal momento per fare il voto solenne di non ceder mai più alle allettative di quel vizio rovinoso.

Dopo aver ridonato il venerabile Bonnac alla sua riconoscente famiglia, Valancourt era ripartito per Estuvière. Nell'entusiasmo suo di aver reso la felicità a quell'infelice, obliò i propri mali. Si avvide però ben presto di aver perduta tutta la sua sostanza, senza della quale non poteva mai lusingarsi di sposare Emilia. La vita, senza di lei, gli pareva insopportabile. La sua bontà e delicatezza, e la semplicità del suo cuore, ne rendevano la bellezza vie più incantevole. L'esperienza avevagli insegnato ad apprezzare le qualità che aveva sempre ammirate, ma che il contrasto del mondo facevagli allora adorare. Queste riflessioni accrebbero i suoi rimorsi ed il suo rammarico. Cadde in un abbattimento, che non potè essere distratto neppure dalla presenza di Emilia, e si conobbe indegno di lei. In alcun tempo però Valancourt non aveva subìto l'ignominia della liberalità della marchesa di Campoforte, come aveva creduto Villefort, nè partecipato mai alle astuzie colpevoli de' giuocatori. Questi rapporti erano stati fatti da coloro che si compiaciono di avvilire l'infelice. Il conte avevali avuti da una persona distinta, e l'imprudenza di Valancourt era bastata per confermarli. Emilia non glie ne aveva parlato particolarmente, e per conseguenza non aveva potuto giustificarsi; ed allorquando le confessò che non meritava più la sua stima, non avrebbe mai creduto di appoggiare egli stesso un'infame calunnia. L'errore era stato reciproco, e non erasi presentata fino allora l'occasione di rettificarlo.

Quando Bonnac ebbe spiegata la condotta di un amico generoso, ma giovine ed imprudente, Dupont, severo, ma giusto, decise tosto che bisognava disingannare il conte e rinunziare ad Emilia. Un sacrificio come quello che faceva allora il suo amore, meritava una nobile ricompensa; e se Bonnac avesse potuto obliare il benefico Valancourt, avrebbe desiderato che Emilia accettasse la mano di Dupont.

Appena il conte ebbe riconosciuto il suo errore, fu afflittissimo delle conseguenze della sua credulità. I dettagli di Bonnac sulla condotta del suo benefattore a Parigi lo convinsero che Valancourt aveva ceduto agli artifizi del libertinaggio, più per l'occasione di trovarsi co' compagni, che per inclinazione al vizio. Incantato dell'umanità generosa, quantunque temeraria, che mostrava il suo procedere verso Bonnac, ne obliò i falli passaggieri, e riprese per lui quella stima che avevagli inspirata la sua prima conoscenza. La più lieve soddisfazione che potesse accordare a Valancourt, era quella di procurargli il modo di spiegarsi con Emilia. Gli scrisse dunque immediatamente, pregandolo di perdonargli un'offesa involontaria, e l'invitò a recarsi subito a Blangy. La delicatezza del conte lo fece astenere dall'informare Emilia di questa lettera, e siffatta precauzione preservò la fanciulla da un affanno ancor più terribile di quello avesse creduto il conte, ignorando egli i sintomi della disperazione di Valancourt.