— Voi dunque siete stata nel castello di Udolfo? » disse la monaca con estrema emozione. « Quali scene mi rammenta quel luogo! Scene di felicità, di patimenti e d'orrore! »
In quel punto, il terribile spettacolo veduto da Emilia in una camera del castello le tornò alla memoria; guardando la signora Laurentini, si rammentò le ultime parole di lei, che la macchia d'un assassinio non poteva esser lavata da molti anni d'orazione e di penitenza, e si vide costretta di attribuirle a tutt'altra causa che al delirio: provò un orrore inesprimibile sembrandole di vedere un'omicida... ed infatti, tutta la condotta della Laurentini confermava questa supposizione; Emilia si perdè in un abisso di congetture, e non sapendo in qual modo chiarire simili dubbi, disse soltanto con parole tronche:
« La vostra improvvisa partenza da Udolfo... » La monaca sospirò. « Tutte le voci che corrono, » continuò Emilia... « la camera di ponente... quel velo di lutto... l'oggetto ch'esso cuopre, quando i misfatti son compiuti... » La monaca sclamò: « Come! ancora? » E cercando di sollevarsi, gli smarriti suoi sguardi parean discernere un oggetto. « Risorgere dalla tomba! Come! sangue e sangue sempre... Non ci fu sangue; tu non puoi dirlo... Oh! non sorridere, non sorridere con quel piglio pietoso... »
La Laurentini cadde in convulsioni: Emilia, incapace di reggere più a lungo ad una tale scena, fuggì dalla camera, ed andò a raggiungere Bianca e le educande ch'erano nel parlatorio. Le si affollarono tutte intorno, e spaventate dal terrore che ella manifestava, le fecero mille domande. Essa evitò di rispondervi, aggiungendo solo che suor Agnese era in agonia. Un quarto d'ora dopo furono informate che stava un poco meglio. La badessa comparve di lì a poco, e pregò Emilia di tornar da lei il giorno dipoi, giacchè aveva una cosa di qualche importanza da comunicarle. La giovane glielo promise, e se ne tornò al castello con Bianca. Cammin facendo, videro Dupont che parlava col forestiero veduto al monastero. Allorchè furono ad essi vicino, il forestiero si congedò, ed egli tornò al castello.
Villefort, udendo nominare Bonnac, disse che lo conosceva da lunga pezza; seppe il tristo oggetto del suo viaggio, ed avendo inteso ch'era alloggiato in un'osteria del paese poco distante, pregò l'amico di andar a cercarlo perchè venisse ad abitare al castello. Dupont vi si prestò con piacere; Bonnac accettò l'invito. Il conte colle sue attenzioni ed Enrico col suo brio fecero di tutto per dissipar la tristezza che sembrava opprimere il loro nuovo ospite. Bonnac era un uffiziale al servizio francese, dell'età di circa cinquant'anni, alto di statura, di nobile portamento, affabile di maniere, e di fisonomia interessantissima. Il di lui volto, che pareva essere stato bello, portava un'impronta malinconica che sembrava provenire da lunghi affanni, anzichè da disposizione naturale.
Si separarono subito dopo cena. Quando Emilia si fu ritirata nella sua camera, le scene di cui era stata testimone se le presentarono nuovamente con orribile energia. Aver trovato in una monaca moribonda la signora Laurentini! Colei che, in vece d'essere stata vittima di Montoni, sembrava anzi rea ella stessa d'un delitto abominevole! Ciò era per lei un gran soggetto di sorpresa e di meditazione. I discorsi fatti sul matrimonio della marchesa, e tutte le sue interrogazioni sulla nascita di Emilia, erano proprie ad ispirare a chiunque sorpresa ed interesse.
L'istoria di suor Agnese, raccontata da suor Francesca, diveniva evidentemente falsa; ma qual potesse essere stato il motivo per cui era stata immaginata, Emilia non sapeva indovinarlo. Quanto poi eccitava maggiormente la di lei curiosità, era la relazione che la marchesa di Villeroy poteva aver avuto col di lei padre. La dolorosa sorpresa dimostrata da Sant'Aubert nell'udirne pronunziare il nome, la domanda da lui fatta d'essere sepolto vicino a lei, e il ritratto di quella dama trovato fra le sue carte, provavano esservi stato qualche rapporto fra loro. Talvolta Emilia pensava che il padre potesse essere stato l'amante preferito dalla marchesa, quando fu costretta di sposare Villeroy; ma non poteva persuadersi ch'egli avesse conservata la sua passione dopo quel matrimonio. Non dubitava però quasi più che le carte, di cui suo padre avevale ordinata la distruzione, non fossero relative alla marchesa, e se fosse stata meno certa dei rigidi principii di Sant'Aubert, avrebbe creduto che il mistero della sua nascita fosse andato sepolto colle ceneri di quei manoscritti. Queste riflessioni l'occuparono gran parte della notte; il sonno le rappresentava del continuo la monaca moribonda, e si svegliò piena d'idee lugubri.
Alla mattina, si sentì troppo indisposta per andare a trovar la badessa, e verso mezzogiorno seppe che suor Agnese aveva pagato il tributo alla natura. Bonnac ne ricevè la nuova con dispiacere, ma Emilia osservò ch'egli sembrava meno afflitto del giorno precedente: questa morte senza dubbio l'affliggeva meno della confessione statagli fatta. Comunque fosse, egli era fors'anco un po' consolato pe' legati statigli fatti. La di lui famiglia era numerosa; le stravaganze d'un suo figliuolo l'avevano piombato in un abisso d'affanni, e gettato perfino in carcere. Il dolore che gli cagionava la condotta sconsiderata di questo figlio, le spese e la rovina che ne fu la conseguenza, avevangli dato quell'impressione di tristezza notata da Emilia. Raccontò dettagliatamente a Dupont tutte le sue disgrazie. Egli era stato per molti mesi in prigione a Parigi, senza speranza, per così dire, di uscirne, e trovandosi privo dei conforti della moglie, che, in una provincia lontana, tentava invano di muovere gli amici in suo favore. Infine essa andò a trovarlo: ottenne di entrare nel carcere, ma il cambiamento sensibilissimo in cui gli affanni e la prigionia avevano piombato il suo marito, l'accorò a segno, che ammalò gravemente.
« La nostra situazione, » continuò Bonnac, « commosse tutti quelli che n'erano stati testimoni. Un amico generoso, allora mio compagno di sventura, ottenne di lì a poco la libertà, ed il primo uso che ne fece, fu quello di tentare la mia. Vi riuscì; la somma enorme ond'io era debitore fu pagata, e quando volli esprimere la mia gratitudine al mio benefattore, egli era già lungi da me. Io dubito molto che la sua generosità abbia cagionata la sua perdita, e sia ricaduto egli stesso in quei ferri, dai quali mi ha liberato. Per quante ricerche ne abbia fatte, non ho mai potuto saper nulla del suo destino. Amabile ed infelice Valancourt!
— Valancourt! » sclamò Dupont, « di qual famiglia?