Consolata da tale assicurazione, la signora Laurentini lo lasciò partire. Poco dopo, Montoni, suo parente, venne a Udolfo, e le rinnovò proposte da lei già respinte, che rigettò nuovamente. I suoi pensieri eran tutti rivolti al marchese di Villeroy. Provava per lui tutto il delirio d'un amore costante, fomentato dalla solitudine in cui erasi confinata. Aveva perduto il gusto de' piaceri e della società, e la sua unica consolazione consisteva nel contemplare e bagnar di lacrime un ritratto del marchese. Visitava i luoghi testimoni della loro felicità, e sollevavasi il cuore scrivendogli del continuo lettere affettuosissime. Contava i giorni, e le ore, i minuti che dovevano scorrere prima dell'epoca probabile del suo ritorno. Questo periodo immaginario finì; le settimane che susseguirono, divennero per lei d'un peso insopportabile. La di lei fantasia occupata in una sola idea, si disordinò. Il suo cuore era dedito ad un solo oggetto, e quando credè averlo perduto, la vita le divenne odiosa.
Scorsero parecchi mesi senza ch'ella ricevesse una sola parola del marchese. Passava i giorni intieri fra i trasporti di una passione furiosa ed il cupo languore della più nera disperazione. Isolata da tutto, e da tutti, si chiudeva in casa settimane intiere senza parlare ad altri che alla sua confidente. Scriveva lettere, rileggeva quelle ricevute una volta dal marchese, piangeva sul di lui ritratto, e parlavagli del continuo, ora per rimproverarlo, ora per baciarlo con fervore.
Finalmente, si sparse la voce nel castello che il marchese si fosse maritato in Francia. Straziata dall'amore, dalla gelosia e dallo sdegno, prese il partito di andar segretamente in quel paese, e vendicarsi, se il fatto era vero. Comunicò alla sola sua confidente il progetto formato, e l'indusse a seguirla. Prese tutte le sue gioie, e quelle raccolte nelle successive eredità di vari membri della famiglia, ch'erano d'immenso valore; e partita segretamente in compagnia d'una sola cameriera, andò a Livorno, ove s'imbarcò per la Francia.
Al suo arrivo in Linguadoca, venne a sapere che il marchese di Villeroy era già ammogliato da qualche tempo. La disperazione alterò la sua ragione. Formava ed abbandonava contemporaneamente l'orribile progetto di pugnalare il marchese, la di lui sposa e sè medesima. Decise finalmente di presentarsegli, rimproverargli la sua condotta, ed uccidersi alla sua presenza. Ma quando l'ebbe riveduto, quand'ebbe ritrovato il costante oggetto de' suoi pensieri e della sua tenerezza, il risentimento cedè all'amore: le mancò il coraggio; il conflitto di tanti affetti contrari la rese tremante, e cadde svenuta ai suoi piedi.
Il marchese non potè resistere alla prova di tanta bellezza e sensibilità; tutta l'energia di un primo sentimento si risvegliò; la ragione, ma non l'indifferenza, aveva combattuto la sua passione. L'onore non avevagli permesso di sposar la Laurentini; aveva cercato di vincersi; aveva cercato una compagna, per la quale non aveva che stima, considerazione ed un ragionevole affetto. Ma la dolcezza e le virtù di quella donna adorabile non poterono consolarlo di un'indifferenza, ch'essa cercava indarno nascondere. Egli sospettava da qualche tempo che il di lei cuore fosse impegnato ad un altro, allorchè la Laurentini giunse in Linguadoca. Questa donna artifiziosa conobbe in breve tutto l'impero ripreso su di lui. Calmata da tale scoperta, si determinò a vivere, e moltiplicare gli artifizi per ridurre il marchese all'esecrabile misfatto cui credeva necessario per assicurare la sua felicità. Perseverò nel suo progetto con profonda dissimulazione ed imperturbabile pazienza. Riuscì a staccare intieramente il marchese dalla consorte. La sua dolcezza, bontà e freddezza, così opposte alle maniere insinuanti, alla voluttà inesprimibile d'una Veneziana, cessarono ben tosto di piacergli. La Laurentini ne profittò per destare nel di lui cuore la gelosia dell'orgoglio, non potendo più risentir quello dell'amore: giunse perfino a designargli la persona per la quale affermava che la marchesa lo tradisse, dopo avergli strappato il giuramento, che il rivale non sarebbe stato mai l'oggetto della sua vendetta, nella persuasione, che, restringendola così da una parte, avrebbe preso dall'altra maggior violenza ed atrocità. Pensò che così il marchese si sarebbe determinato più facilmente all'atto orribile che diveniva indispensabile a' suoi disegni, e doveva annichilare l'unico ostacolo che sembrava impedire la di lei felicità.
L'innocente marchesa osservava con estremo dolore il cambiamento del marito verso di lei. Alla sua presenza, egli era pensieroso e riservato. La di lui condotta diveniva sempre più austera ed aspra: la lasciava struggere in lacrime, e per ore intiere essa piangeva sulla di lui freddezza, facendo sempre nuovi progetti per riguadagnarne l'affetto. La di lui condotta l'affliggeva tanto più in quanto che aveva sposato il marchese unicamente per obbedienza: ne aveva amato un altro, col quale sarebbe stata al certo felice; ma aveva saputo sacrificare la passione ai doveri coniugali. La Laurentini, la quale non tardò a scoprirlo, ne approfittò sagacemente. Suggerì al marchese tante prove apparenti sull'infedeltà della moglie, che, nell'eccesso del furore e del risentimento per l'oltraggio che credeva aver ricevuto, pronunciò il decreto fatale della sua morte. Le fu dato un lento veleno, e quell'infelice morì vittima d'un'astuta gelosia e d'una colpevole debolezza.
Il trionfo della Laurentini fu di breve durata. Quel momento, ch'essa aveva riguardato come il colmo di tutti i suoi voti, divenne il principio di un supplizio che la tormentò fino alla morte. La sete della vendetta, prima motrice della sua atrocità, fu spenta appena soddisfatta, e lasciolla in preda alla pietà e ad inutili rimorsi. Gli anni di felicità ch'erasi ripromessa col marchese di Villeroy ne sarebbero stati indubbiamente avvelenati; ma anch'egli trovò il rimorso nel compimento della sua vendetta e la sua complice gli divenne odiosa. Tutto ciò che gli era sembrato una convinzione, parvegli allora svanire come un sogno; e fu oltremodo sorpreso, dopo che la moglie ebbe subìto il suo supplizio, di non trovare alcuna prova del delitto pel quale l'aveva condannata. Al sapere ch'ella era in fin di vita, sentì d'improvviso la persuasione della sua innocenza, la quale gli venne confermata dall'assicurazione solenne ch'essa gliene diede in punto di morte.
Nel primo orrore del rimorso e della disperazione, voleva darsi da per sè nelle mani della giustizia con colei che l'aveva piombato nell'abisso del delitto. Dopo questa crisi violenta, cambiò risoluzione: vide una volta sola la Laurentini, ma per maledirla come l'autrice detestabile di tanto misfatto. Le dichiarò che non la risparmiava se non perchè consacrasse i giorni all'orazione e alla penitenza. Oppressa dal disprezzo e dall'odio d'un uomo, pel quale erasi resa tanto colpevole; sovrappresa d'orrore per l'inutile delitto, di cui si era macchiata, la Laurentini rinunziò al mondo, e, vittima orribile d'una passione sfrenata, prese il velo nel convento di Santa Chiara.
Il marchese partì dal castello di Blangy, nè vi tornò più. Procurò di spegnere i rimorsi nel tumulto della guerra e nelle dissipazioni della capitale; ma i suoi sforzi furono vani. Gli pareva d'esser sempre circondato da una nube impenetrabile; i suoi più intimi amici non valsero a consolarlo, e infine morì fra tormenti quasi eguali a quelli della Laurentini. Il medico che aveva osservato lo stato della marchesa dopo la sua morte, era stato indotto a tacere a furia di regali. I sospetti di qualche domestico si limitarono ad una voce vaga. Se questa voce giungesse al padre della marchesa, o se la mancanza di prove lo impedisse di accusarlo, è egualmente incerto. È indubitato però che la di lei perdita rincrebbe a tutta la famiglia, e specialmente a Sant'Aubert suo fratello, tal essendo il grado di parentela esistente tra la marchesa ed il padre di Emilia: egli sospettò il genere della sua morte, e scrisse immediatamente al marchese, da cui ricevè parecchie lettere, le quali, insieme a quelle della marchesa, che confidava al fratello il motivo della sua sventura, componevano le carte che Sant'Aubert aveva ordinato di bruciare. L'interesse, il riposo di Emilia aveangli fatto desiderare ch'ella ignorasse questa tragica istoria. L'afflizione cagionatagli dalla morte prematura d'una sorella da lui tanto amata, avevagli impedito di pronunziarne mai il nome, se non alla defunta consorte. Temendo specialmente la viva sensibilità di Emilia, le aveva lasciato ignorare affatto l'istoria ed il nome della marchesa, non che la parentela esistente tra loro, ed aveva prescritto il medesimo silenzio alla signora Cheron sua sorella, che l'aveva rigorosamente osservato.
Era sur alcune lettere della marchesa che, partendo dalla valle, Emilia vide piangere il padre; era al di lei ritratto ch'egli aveva fatto sì teneri baci. Una morte sì crudele può spiegare l'emozione cui dimostrò quando Voisin la nominò a lui dinanzi. Egli volle esser sepolto presso al mausoleo de' Villeroy, ove giaceano le ceneri di sua sorella. Il marito di questa essendo morto nella Francia settentrionale, ve l'avean sepolto colà.