Il confessore, il quale assistè Sant'Aubert al letto di morte, lo riconobbe pel fratello della defunta marchesa. Per tenerezza verso Emilia, Sant'Aubert scongiurollo di celarle siffatta circostanza, e fe' chiedere la medesima grazia alla badessa, raccomandandole la figlia.

La Laurentini, arrivando in Francia, aveva scrupolosamente celato il suo nome. Entrando in convento, per meglio nascondere la sua vera storia, aveva ella stessa fatta circolare quella stata raccontata da suor Francesca. La badessa non era nel monastero quando fece professione, e non conoscea tutta la verità. I crudeli rimorsi che opprimevano la rea, la disperazione d'un amore deluso, e la passione che conservava pel marchese, aveanle alterata la fantasia. Dopo le prime crisi, una cupa malinconia s'impadronì di lei, e fu di rado sino alla morte interrotta da accessi violenti di delirio. Per vari anni il di lei solo piacere fu quello di passeggiare la notte pei boschi; portava seco un liuto, e s'accompagnava sovente colla sua bella voce cantando le più squisite ariette italiane coll'energico sentimento che occupava costantemente il suo cuore. Il medico che la curava, raccomandò alla badessa di tollerare questo capriccio, come l'unico mezzo di calmarla. Soffrivano adunque che la notte errasse pe' boschi, accompagnata dalla sola donna che fosse venuta seco da Udolfo; ma siccome un tale permesso alterava la regola del monastero, fu tenuto segreto; e quella musica misteriosa, unita a tante altre circostanze, fece credere che il castello di Blangy ed i suoi dintorni fossero frequentati dagli spiriti.

Avanti che la sua ragione si alterasse, e prima di prendere il velo, aveva fatto testamento. Oltre un lascito importante al monastero, essa divideva il resto de' suoi beni, che le sue gioie rendevano ragguardevoli, tra un'Italiana sua parente, sposa di Bonnac, ed il parente più prossimo della marchesa di Villeroy. Emilia era la parente più prossima di questa dama, e la condotta misteriosa di suo padre venne giustificata in tal guisa.

La somiglianza d'Emilia colla sventurata sua zia era stata spesso osservata dalla Laurentini; ma fu specialmente all'ora della sua morte, nel momento stesso in cui la sua coscienza mostravale del continuo la marchesa, che siffatta somiglianza la colpì, e che, nel suo delirio, credette vedere la marchesa in persona. Ardì affermare, ricuperando i sensi, che Emilia doveva esser la figlia di quella dama. N'era convinta; sapeva che la sua rivale, sposando il marchese, gli preferiva un altro, e non dubitava che una passione sfrenata non avesse, come la sua, trascinata la marchesa a qualche fallo.

Intanto il delitto che, per un malinteso, Emilia supponeva essere stato commesso dalla signora Laurentini in Udolfo, non aveva mai avuto luogo. Emilia era stata ingannata dalla vista orribile del quadro coperto da un velo nero, onde si parlò negli scorsi capitoli, e che aveale fatto attribuire i rimorsi della monaca ad un omicidio accaduto in quel castello. Quel velo nascondeva un oggetto che la riempì di orrore; sollevandolo, invece di un quadro, vide nello sfondo una figura umana, i cui lineamenti sfigurati avevano il pallore della morte. Era coperta da un lenzuolo, e distesa in una specie di tomba. Ciò che rendeva tal vista ancor più spaventosa, era che quella figura parea esser già in preda ai vermi, e che le mani ed il volto ne lasciavano vedere le orme. È facile immaginare, che un oggetto tanto schifoso non si dovea guardar due volte. Emilia, quando lo vide, lasciò cadere il velo, e se ne allontanò spaventata, nè tornovvi più. Se avesse avuto il coraggio di osservarla più attentamente, l'orrore e lo spavento suo si sarebbero dissipati, perchè avrebbe riconosciuto che quella figura era di cera. Questo fatto, sebbene straordinario, non è però senza qualch'esempio negli annali della dura servitù in cui la superstizione monastica ha sovente piombato il genere umano. Un membro della casa di Udolfo aveva offeso in qualche punto le prerogative della Chiesa, e fu condannato a contemplare due ore per giorno l'immagine in cera di un cadavere. Questa penitenza, che doveva servire a rammentargli una sorte inevitabile, aveva per iscopo di reprimere nel signore di Udolfo un orgoglio di cui quello di Roma era offeso. Non solo egli subì esattamente la sua penitenza, ma nel suo testamento, prescrisse la conservazione di quella figura, mettendo a tal prezzo la proprietà del dominio, e riguardando come utilissima l'umiliante moralità che insegnava il finto cadavere, l'avea fatto incorniciare nel muro del suo appartamento, ma nessuno degli eredi però volle imitarne la penitenza.

L'immagine era così naturale, che non è da stupirsi se Emilia la credè un corpo umano. Aveva udito raccontare la strana scomparsa della padrona del castello, e il carattere di Montoni autorizzava in lei il sospetto che il cadavere fosse quello della signora Laurentini assassinata dallo stesso suo parente.

Venendo a conoscere che la marchesa di Villeroy era sorella di Sant'Aubert, Emilia si sentì combattuta da contrari affetti. In mezzo alla mestizia cagionatale della morte prematura dell'infelice, si sentì alleviata dalle penose congetture in cui l'avea gettata la temeraria asserzione della Laurentini sulla di lei nascita e sull'onore de' suoi parenti. La sua fiducia ne' principii del padre non permetteale guari d'immaginare ch'egli avesse mancato alla delicatezza. Ripugnava a credersi figlia di tutt'altra che di colei ch'ella avea sempre amata e rispettata come sua madre; avrebbe stentato molto a crederlo; ma la di lei somiglianza colla defunta marchesa, la condotta di Dorotea, le asserzioni della Laurentini, il misterioso affetto di Sant'Aubert aveanle ispirati dubbi che la sua ragione non poteano nè distruggere, nè confermare; ella se ne trovava così sbarazzata, e la condotta del padre si spiegava. Il suo cuore non era più oppresso che dalla sventura d'una parente amabile, e per la terribile lezione data dalla monaca moribonda. Troppa indulgenza per le sue prime passioni, avean trascinata grado grado la signora Laurentini ad un delitto il cui solo nome in gioventù l'avrebbe al certo fatta fremere d'orrore; delitto di cui lunghi anni di penitenza non avean potuto cancellar la memoria, nè alleviare la di lei coscienza.


CAPITOLO LVI

Dopo le ultime scoperte, Emilia fu trattata dal conte e dalla sua famiglia come una parente della casa Villeroy, e ricevuta, se era possibile, anche con maggiore amicizia.