« E perchè una spiegazione? Ignorate voi, » rispose Valancourt, « quanto la mia condotta fu calunniata? Ignorate voi che le azioni di cui mi credeste colpevole... E come poteste, o Emilia, degradarmi fino a questo punto nella vostra opinione?... Che queste azioni, le disprezzo e le abborro quanto voi? Ignorate voi che il conte ha scoperte le falsità che mi privavano dell'unico bene che mi sia caro al mondo; che mi ha invitato egli medesimo a venire a giustificarmi presso di voi? Lo ignorate voi, o son io ancora il trastullo d'una falsa speranza? »
Il silenzio di Emilia parea confermare questo timore; il giovane, nell'oscurità, non poteva distinguere la sorpresa e la gioia che la rendevano quasi immobile, incapace di parlare, un profondo sospiro parve sollevarla, e disse finalmente:
« Valancourt! Io ignorava tutto quel che mi avete detto. L'emozione ch'io sento n'è la prova. Io non poteva stimarvi più, ma non aveva ancora potuto riuscire a dimenticarvi.
— Qual felicità mi recan le vostre parole! Vi son dunque caro ancora, o mia Emilia?
— È forse necessario che io ve lo dica? Questo è il primo momento di gioia dopo la vostra partenza, e m'indennizza di tutto quello che ho sofferto. »
Valancourt sospirava, non poteva rispondere, bagnava di baci e lagrime le mani di lei, ed il suo pianto esprimeva assai meglio di qualunque più tenero linguaggio. La fanciulla, riavutasi alquanto, propose di tornar al castello. Allora, e per la prima volta, ricordossi che il conte avea invitato Valancourt a giustificarsi appo lei, e che nessuna spiegazione era avvenuta. Ma, a questa sola idea, il suo cuore respinse la possibilità che Valancourt fosse stato reo. I suoi sguardi, la voce, i modi erano il pegno della sua nobile e costante sincerità. Ella abbandonossi dunque senza ritegno al sentimento di una gioia non mai provata fin allora.
Nè Emilia, nè il giovane seppero come fossero tornati al castello: se un potere magico ve li avesse trasportati, forse ne avrebbero meglio notato il movimento; erano nel vestibolo prima d'accorgersi che esistesse qualcuno al mondo. Il conte venne loro incontro con tutta la franchezza e l'affabilità del suo carattere; accolse cordialmente Valancourt, e lo pregò di perdonargli la sua ingiustizia. Poco dopo Bonnac raggiunse quel gruppo felice, e Valancourt ed esso si abbracciarono con reciproca e tenera soddisfazione.
Dopo i primi complimenti, il conte ebbe una lunga conferenza col giovane, il quale si giustificò appieno. Confessò così ingenuamente i suoi torti, e ne mostrò tanto rammarico, che il conte ne concepì le più liete speranze. Valancourt era dotato delle più eminenti qualità: l'esperienza gli aveva insegnato a detestare tutte le follie che l'avevano sviato qualche momento; ed il conte, persuaso ch'esso avrebbe menato vita onesta, gli confidò alfine senza scrupolo la felicità della parente cui amava come sua figlia. Le rese conto in due parole del soggetto del loro colloquio; Emilia aveva già saputo tutto ciò che Valancourt aveva fatto per Bonnac, e versava in quel momento copiose lacrime di piacere e di tenerezza. Il colloquio del conte Villefort finì a dileguare tutti i suoi dubbi, ed ella restituì senza tema la sua stima e l'amor suo a colui che aveva saputo inspirarglieli.
L'arrivo del cavaliere di Santa-Fè, guarito dalle sue ferite, finì di spargere il brio e l'allegrezza in tutti gli abitanti del castello. Il povero Dupont volle scansar di gettare, colla sua presenza, qualche ombra di tristezza su tutta quella felice comitiva. Appena fu certo che Valancourt non era indegno di Emilia, pensò sul serio a guarire dalla sua passione, e partì. La di lui condotta, ben compresa dalla fanciulla, le ispirò pietà ed ammirazione insieme.
Quando Annetta seppe l'arrivo di Valancourt, Lodovico durò gran fatica a trattenerla; voleva correre nella sala ad esprimere tutta la sua gioia, assicurando che dopo il ritorno del suo caro Lodovico non aveva provato mai tanta consolazione.