«Come se far non possa i fatti sui
Se in opera non pon gli organi altrui».
E questa assoluta insufficienza dell'individuo, questa perpetua minorità, dura fino alla morte; anzi va, questa forza astringente ed assorbente, sempre più incalzando fino a che, di quest'anima, che cammina alla perfezione, più non resta che un cadavere ed un automa che, di vita propria, non si ha che la parte fisica e vegetativa.
Non volendo io per nulla affatto scendere nei penetrali dell'uman cuore per cercarvi le cause di questo ritrovato, che non mancò per avventura di appoggiare numerosi e forti interessi (non essendo nè la satira nè la storia l'assunto mio) io proseguirò nelle ragionate teorie prendendo dovunque il buono, e sceverando il falso ed il gratuito, guidata quale sono dallo schietto amore della verità e della luce.
Accennavo, che quelle dottrine, che si propongono d'avviar l'anima alla perfezione, predicano il distacco, l'isolamento, la meditazione, e l'espiazione; e taluna avrà portato avviso, che troppo leggermente io condannassi teorie, che fini sì altamente spirituali si recano a programma. Spero di giustificare il mio verdetto, rifacendo un po' la storia morale dell'umanità; e come questa svolge la sua progressiva vita in diverse fasi tutte logiche ed inevitabili, così lo individuo, ch'è una frazione di questo gran corpo, deve seguirla e recare l'opera sua al collettivo lavoro; che se non fosse, e non dovesse essere, il progresso delle idee e dei costumi non potrebbe aver luogo; e l'umana storia in luogo di presentare all'occhio del filosofo un complesso armonico, logico, ordinato, ed a gran fine diretto, non mostrerebbe che un agglomeramento, senza forma e senza nome, di forze eterogenee, discordanti, ed elidentisi, un caos insomma senza ragionevole principio, che non altro verosimile fine presenterebbe che un universale sterminio ed esaurimento.
Ora puossi egli ammettere, dietro l'ordine che vediamo nella creazione tutta, che tale esser possa il morale concetto di Provvidenza? Certo che no. Laonde camminando, noi individui, siccome le generazioni, in una via di progressivo sviluppo, c'incombe di studiare il tempo e la fase ch'esse percorrono a non inceppare ed anzi assecondare il comune lavoro.
L'umanità bambina che, simile all'uomo di poco tempo, era incapace d'un lavoro affatto speculativo, ma trovavasi tuttavia sotto il dominio delle sensazioni, avendo col senso morale l'idea della virtù, ammirava però maggiormente quelle doti di natura e di fortuna, per le quali un uomo sugli altri aquista materiale e sensibile superiorità. Laonde meglio che la mitezza era stimato il corraggio, meglio che il generoso perdono la valorosa vendetta, più che la sublime lealtà dell'anima, l'astuzia feconda di mezzi e ricca di successi, più che riverenza dei diritti, il feroce sterminio e la prepotente conquista; più che la castigata verecondia, la dissoluta e facile bellezza. Di tal maniera di giudizio dell'antica umanità hassi pena più presto a sceverarne le troppe prove che ad adunarle. Tutto ce lo insegna, dall'Iliade d'Omero fino ai sontuosi monumenti alle ceneri di Pitionice, fino agli incensi bruciati ad Alessandro, fino al divinizzamento dei Cesari.
Queste dottrine vellicanti le passioni, e così ben maritate agli interessi, non potevano che condurre di ragione il mondo ad una general corruzione di cuore e depravazione di mente, di cui la storia non ci ripete il racconto dalla caduta della Romana Repubblica in poi.
Era ben logico e voluto dalla natura delle cose che là come dovunque, il riparo ormeggiasse dappresso il male; e sorsero in allora le dottrine a cui accennavamo; dottrine che lottavano colle passioni corpo a corpo, e disputavano palmo a palmo il terreno agli interessi, isolando l'uomo dal contagioso contatto dei suoi simili, livellando le caste, staccando dalle perniciose ricchezze mezzi di feroce dispotismo, e sforzandosi di spiritualizzare l'uomo degradato per corruzione fino ai bruti tutta la sua vita concentrando nell'espiazione di un male divenuto ormai sì radicale ed universo, che impotente affatto era contro di lui l'opera dello individuo. Nulla di meglio infatti resta a farsi al sano, frammezzo alli appestati, che trarsi in disparte fin quando la scienza non ha ancor provvisto ai malati.
Quelle dottrine ci vennero dall'Oriente e più precisamente dalle Indie, e dal loro istitutore si chiamarono Buddismo.