Come l'artefice elaborando l'arnese considera l'uso a cui lo destina, e le parti ne informa, e le forze e le misure ne proporziona, in vista di quello; altrettanto veggiamo aver natura praticato in tutte le sue produzioni, e questa saggia economia dell'universo è dalla scienza, ognor progressiva, ogni dì constatata su più late dimensioni; non altrimenti, tutte le facoltà ed attribuzioni dell'anima, siccome le parti tutte e tendenze del corpo, debbono necessariamente rispondere ad una data destinazione. Ora le facoltà dell'anima nostra eccedono sotto ogni aspetto la destinazione qualunque che aver potressimo circoscritta alla presente vita. Eccede l'insaziabile curiosità di tutto investigare, il tempo, i mezzi, le forze che all'investigazione abbisognano. Il senso morale, che l'uomo spinse fino agli estremi dello scrupolo delicato, non sarebbe che un'ironia in faccia ai pochi giorni di gioia e di vita che ci sono accordati. Nè si dica, che questo senso non sarebbe che una provvidenza di natura posta a tutela dei reciproci interessi; questo confine sarebbe d'assai soverchiato da un senso morale che limita gli atti anche intimi, anche indipendenti della vita umana. Il vivo desiderio dell'infinito, il cui soddisfacimento constatiamo impossibile nella esistenza che conosciamo, l'orrore del nulla così profondo, così sentito che non può esser domato dal terror dell'ignoto; tutti problemi sono questi, ai quali non è possibile che una soluzione, l'immortalità.

Altro senso innato nell'uomo e profondamente sentito è il senso d'equità e di giustizia. Ora non potendo egli appagarlo, avversato qual'è dall'ignoranza, vinto dalle passioni, soggiogato dalla forza, immolato agli interessi, e sentendone tuttavia la somma ragione, trovò il dogma del premio e della pena, o meglio, lo sentì, ed in questo fondò la ragione della virtù e l'odio del vizio. Laonde l'esistenza della divinità creatrice, ordinatrice e provvidenziale, l'immortalità, il premio del bene e la punizione del male; ecco i tre dogmi che furono base alle teogonie tutte, e che ogni ragionevole intelletto può e deve ammettere.

Ammessa l'esistenza della divinità, l'uomo le deve omaggio e riconoscenza, ed ecco sorgere la religione donde i culti ed i riti; ammessa l'immortalità ecco sorgere con essa l'infinito, e l'aspirazione all'infinito, donde l'indefinito progresso; ammesso il premio e la pena, ecco sorgere la ragione della morale, donde la sociale felicità.

Premesse queste poche parole a prevenire le nostre lettrici del punto da cui partiamo, nè potendo noi più inoltrarci nelle religiose teorie senza specializzare, epperò renderci a molte impossibile (e non trovando pur necessario il farlo dacchè abbiam già trovato la ragione religiosa), passiamo a disquisirne i caratteri, segnalarne le viziose applicazioni e le vere.

Essenzial carattere dell'ossequio, che l'uomo prestar deve alla divinità, è l'essere questo ragionevole, essendo ragionevole chi lo presta, e verità assoluta, e ragion d'ogni cosa, l'essere supremo a cui è rivolto; perciò l'assurdo è insulto a Dio, nè può essere scusato che dall'invincibile ignoranza. Assurdo perciò non potea ch'essere, a mo' d'esempio, il sacrificio, il quale intendeva onorar Dio col distruggere la sua fattura: ciò non potea scusarsi che dall'ignoranza, ma il Sacerdote il quale godeva le parti comestibili delle vittime sacrificate, epperò eccitava continuamente i popoli ai sacrificii, non era più ignorante, era furbo; e l'iterato fumo de' suoi incensi non era che un insulto a Dio, ch'egli faceva servire a suoi interessi.

Più d'una vedrà forse altra cosa, che l'infanzia dello spirito umano, in questi riti dell'umanità primitiva, ma noi risponderemo con una sola osservazione. I sacrificii cruenti, criminosi, se di vittime umane, assurdi se di ostie brutali, cessarono sotto l'impero di due autorità. La prima fu il Vangelo, che promulgò la più razionale delle religioni; la seconda fu il progresso della civilizzazione, che chiarì allo spirito umano la vanità di cotali ossequi e la loro assurdità. Ora se i progressi della ragione resero incompatibile il sacrificio, ciò basta per dare il nome alla cosa.

Dovendo l'umano ossequio alla Divinità essere razionale, ne emerge di natural conseguenza, che non debbano le esterne sue manifestazioni superchiare agli occhi nostri in importanza l'intimo sentimento che li produce. Che se al riconoscente affetto, che verso Dio ci porta e delle leggi imperscrittibili della morale ci fa teneri osservatori, come sendo dallo stesso suo dito scritte ne' cuori nostri, anteponiamo gli atti esterni e convenzionali del culto che, orbi per sè stessi d'ogni morale valore, altro non sono che l'espressione di quello, noi adopreressimo come chi il vetro anteponesse al diamante, il bacio all'affetto.

Eppure, se poniamo a disamina lo zelo, con cui tutti gli ascetici scrittori moltiplicarono in ogni confessione, e classificarono in infinite categorie mille pie pratiche, e di quale importanza vollero circondarle e con quale entusiastico fervore le vollero raccomandate e praticate; davvero, non intendo calunniare le intenzioni loro, ma credo altro non s'avessero in vista che di soffocare il religioso sentimento ed imporgli silenzio onde lasciar luogo alla moltitudine delle parole, non dissimili dai sacerdoti di Baal (de' quali tanto si rideva il profeta Elia) che gridando con quanta forza era possibile ai loro polmoni, e continuando in tal baccano tutto l'intero giorno, se ne tornavano convinti che la loro sonnacchiosa Divinità li avesse alla perfine intesi e compresi.

Il Cristo, che primo diede all'umanità l'idea del culto perfetto, stringeva e riassumeva, in una formola, quanto affettiva altrettanto razionale, l'espressione del religioso sentimento. Egli, che aveva l'un dopo l'altro attaccati e combattuti tutti i pregiudizii, si dichiara anche contro questo là dove dice: «Non vogliate essere come i gentili, che impiegano ad onorar Dio molte parole, e credono per la moltitudine di quelle esser meglio esauditi. In quanto a voi, quando volete pregare a Dio, chiudete l'uscio della vostra camera, e nel segreto pregate al padre vostro ch'è ne' Cieli».

V'hanno però di molte le quali tutte assorbite dalli esterni atti del culto, moltiplicandoli ogni giorno senza ragione e senza misura, facenti assidua lettura di libri che insegnano colla Divinità un cotal linguaggio floscio ed affettivo, tutt'affatto profano ed indegno dei rapporti che intende di esprimere, portano l'intelletto nei campi vaporosi d'una dottrina; la quale assorbe le lunghe ore nel render l'anima timorosa di tutto, nel toglierle ogni generoso slancio, nel freddare ogni generosa passione, nell'atrofizzare più che sia possibile il cuore, nel rompere ogni suo più sacro e soave legame, nell'avezzarla ad una tensione morale di tanta forza da non sapersi più scernere fra il bene ed il male assoluto, il bene ed il male relativo e li atti tutti, che orbi sono di morale valore epperò all'uomo di libera scelta. Essi insegnano una dottrina tutta di distacco, d'isolamento, di meditazione e d'espiazione: essi nulla ammettono di spontaneo nello svolgimento della vita morale; tutti i menomi moti del cuore e della mente vengono vigilati, sorpresi, classificati più o men logicamente, e non persi di vista mai, dovendo essi tutti esser fedelmente riportati ad un cotale che l'incarico s'è assunto di avviar quest'anima alla perfezione; e, mediante le cure sue, ed i suoi lucidissimi precetti, si è ridotta a tale d'aversi di lui per ogni cosa stretto bisogno, di nulla veder senza li altrui occhi, di nulla giudicare senza l'altrui cervello, e di non potersi ristare dal mettere altrui in terzo fra sè ed i più intimi, e nè più gelosi segreti,