Come procedere senza sollevare obiezioni, senza sconcertare credenze, senza urtare suscettibilità, senza sconcertare interessi? Come non cozzare qui colla sistematica negazione, là colla gratuita asserzione, a diritta colle astrazioni di Fourier, di Leroux, a manca con De l'Orgue e De Maître, davanti con Reynaud, dietro con tutta la miriade degli ascetici? E davvero assai peritosa e timida stommi del come mi condurrò, del punto da cui partirò nel vastissimo terreno che mi si apre a discorrere, della scelta che far convienmi fra le idee che copiose invadono la mente, dell'arte con cui eviterò l'urto dei triboli e la puntura delle spine in una strada che, tutta l'umanità percorre, eppure, più fu battuta, e meno si fa praticabile a chi non voglia sollevarsi di fronte una guerra di scandali e di pregiudizi che più lacera il cuore, che non guerra di spade.

Pure già lo dissi nelle prime pagine, e giovami qui ripeterlo. Io preparo la donna dell'avvenire, di quell'avvenire che ogni intelletto, sazio di gratuito, ogni spirito esasperato dalla lotta che, dalle cieche passioni e dagli inverecondi interessi è combattuta alla verità ed alla morale, deve necessariamente affrettare coll'opera e col desiderio.

E ferma in questo proposito, smessa ogni peritanza, m'innoltro alla libera sposizione delle idee.

È assai possibile che il debole intelletto non abbia saputo, neppur dallo assiduo e pertinace studio di grandi autori, estrarre il vero, ed è ancor più possibile che la insufficienza della dialettica, e la poca facondia del dire, mi facciano irremissibilmente impotente a persuadere; ma mi resterà pur sempre chiaro e confortante testimonio la coscienza di avere, con ogni calma dello spirito e lealtà d'intelletto cercato il vero, e la mia fatica rivolta a presentarlo altrui, senza spirito di fazione, senza sistema preconcetto, senza fine secondo. E la donna, alla quale io parlo, accolga i miei sforzi con quella benevolenza che, se poco è meritata dallo intrinseco della mia fatica, non sarà certo sciupata invano dal buon volere, che mi ho, di porgere al mio sesso la sempre utile comunione delle idee.

Essendo più pratico che teorico lo assunto mio, ed essendo io in ben altra situazione che quella d'un sacro oratore, il quale, od in un tempio di cattolici parli, o sermoneggi in una adunanza di fratelli, od il Corano commenti in una Moschea, sempre sa di parlare a chi come lui crede e sente, ed è già con esso lui d'accordo prima che parli, non mi è permesso saltare a piè pari nell'argomento, ma dobbiamo prima fondare di comune accordo le premesse.

Non si tratta per me di persuadere ad altrui le convinzioni mie: non intendendo fare nè polemiche nè controversie. Io parlo alla donna d'ogni paese, ma specialmente italiana, e parlo alla sua indipendente ragione, al suo libero intelletto, per cui, a partire da basi concordi ed a meglio comprenderci, dal fatto partiremo e dallo assioma.

La religione, metafisicamente considerata, è il sentimento innato della divinità. Essa fu siccome tale sentita da tutti i popoli e da tutti i tempi; e che ciò sia stato, lo provano gli innumerevoli monumenti e le tradizioni che la primigenia umanità legava alle posteriori generazioni; le quali poi a loro volta, anzichè sperdere quelle tradizioni e quei monumenti della fede dei padri loro, come fatto avrebbero quando non ne avessero ampiamente accolto il legato, altri ne aggiunsero, ed ogni generazione accrebbe così alle vegnenti il patrimonio delle credenze.

Questo fatto che, siccome basato sulla semplice autorità, poco proverebbe se chiamato fosse a stabilire la verità d'una scientifica sposizione, od a convalidare la solidità d'un raziocinio che a sè stesso non basti (avvegnachè e storia e filosofia cospirino a non ammettere l'umanità degradata sibbene primitivamente ignorante) questo fatto, dico, diviene categorico e perentorio quando a provare la generalità e costanza di tal sentimento lo indiriziamo.

Ora, siccome è vero che, l'effetto non nasce che dalla causa, la conseguenza tradisce la premessa, lo edificio rivela l'architetto, così l'universo predica una ragion prima. Il caso, che l'ateo volle a ragione di questo fatto, se è per lui ragione sufficiente, per lui il caso è Dio, e non v'è fra lui e il general sentimento che una questione di vocaboli; ma s'egli la considera siccome ragione accidentale egli da sè bene inesperto si proclama, avvegnacchè, sopra qualunque cosa egli esperimenti le combinazioni del caso, sempre le avrà avvertite, vaghe, disordinate e sopratutto incostanti; cosicchè il comun senso definisce col vocabolo caso ogni combinazione, che manca affatto d'ordine, di durata e di leggi; il chè senza impugnare il testimonio della scienza (che va ogni dì scoprendo la ragion delle forze nel meccanismo universo, e potentemente le applica) senza rifiutare in ogni filosofia il supremo emanato della ragione fatto eminentemente ordinato, senza accagionare di allucinazione i nostri sensi tuttodì colpiti dall'armonia inalterabile della natura, sarebbe deplorabile follia diniegare.

Meno evidente è all'intelletto l'immortalità e la vita futura, sebbene anch'essa non vada sprovvista di possenti ragioni, e ricca e forte della coscienza dei popoli.