Tamburini, Corso di Filosofia Morale.
Se il dovere che ci sforza all'abnegazione ed al sacrificio, che ci grava di peso e di responsabilità, che c'impone talora di camminare a ritroso delle nostre tendenze ed aspirazioni rimorchiando fin la natura; se il dovere, dico, non facesse capo al diritto, egli non sarebbe che un sentiero senza meta, un indirizzo senza scopo, un tiranno che del tiranneggiare si fa gioia e sollazzo, godendosi di curvare l'umana fronte sotto un giogo ingeneroso, che tutte le nobili facoltà ne sfiacca e consuma in una tremenda quanto inutile lotta.
Ma no; il dovere che la legge suprema della morale (che è in altri termini la legge dell'ordine) ci indica siccome necessità, non è che mezzo a raggiungere l'ordine, l'armonia, lo equilibrio sociale, donde il benessere e la perfettibilità universale, altissima meta che provvidenza ebbe additata ad ogni ragionevole esistenza.
Ora, siccome il viandante che cammina alla patria, col desiderio a quella rivolto e colla mente di quella solo preoccupato, necessariamente sollecita il passo e dal suo sentiero il piede non ritorce, nè sedotto dalle bellezze incantatrici del paese che percorre, nè allettato dal mormorìo dei ruscelli, nè dall'ombra ospitale delle quercie secolari, ed instancabile batte la sua via, benché grondante sudore e dardeggiato dal sole, ripensando in cuor suo per aggiungersi lena il domestico letto, e il desco famigliare e il casto amplesso della sua donna e la giuliva e trepida corona de' suoi bambini; ogni essere umano così, incontra coraggioso il difficile e penoso dovere, quando a capo di quello veda ampia e proporzionata mercede.
E gridi pure a suo senno la stoica filosofia, che proclama esser la virtù premio e corona alla virtù; che vuole accumuli l'uomo buone azioni a buone azioni, e lotte e sacrificii a sacrificii e lotte instancabilmente aggiunga, senza vuoto lasciarvi mai, e questo chiami felicità suprema e massimo piacer della vita. In quanto a me, ammirando la forza invitta di quei filosofi che lo eroismo si bevvero siccome l'acqua, odo tuttora la voce del moribondo Bruto, che lagnasi dell'error suo. «Infelice virtù, esclama egli, oh quanto mi sono ingannato nel seguirti! Io credea pure che tu fossi un ente reale, ed in questa convinzione mi ero attaccato a te stessa; ma ora m'aveggo, che tu non eri che un nome vano, ed un vano fantasma, misera preda, e schiava tu pure della fortuna!»
E Bruto, così desolandosi, era logico; egli era veramente la vittima di un errore, egli scambiava il mezzo col fine. La virtù importa sforzo e violenza; e se questa violenza può riescire di compiacimento massimo allo intelletto, quando sovratutto ad alti fini s'ispira, esser non può mai gioia e piacere a quella parte dell'uomo che trovasi violentata, epperò è per sè stessa insufficiente a darci felicità.
È duopo dunque, che noi vediamo nella virtù un mezzo che ci guida alla conquista del bene, e non già l'ultimo fine dell'uomo.
Nè crediate già, mie gentili, ch'io così voglia ridur la virtù ad un mercato, strappandole dal capo quell'aureola luminosa di cui seppe lo stoicismo incoronarla per poi presentarla all'umana schiatta, siccome sola divinità alla quale piegare il ginocchio ed ardere incenso, mai no; la virtù deve farsi sublime ed eroica nel vincolo solidale che legar deve gli uomini d'ogni regione; laonde il bene universale cerchi e procuri prima ed a preferenza dello individuale, e reputi degna ed invidiata mercede al proprio lavoro il bene altrui. Questo è la logica della virtù ed il suo eroismo: lo stoicismo è assurdo e follia.
Il gratuito non è degno mai dell'essere razionale, e non mai indicato, nè tollerato mai dalla natura, la cui sete continua è l'ordine e l'equilibrio; epperò l'uomo, che oggi combatte sè stesso senza prefiggersi a ciò fare un utile scopo, cadrà domani irremissibilmente, e la sua caduta sarà tanto più funesta, in quanto che non terrà nessuna ragione di rialzarsi.
Ma lo scopo, al quale camminano l'umanità e l'individuo, è egli fatale? — Certo che sì. E questa fatalità è potentemente espressa dal tormentoso istinto del progredire, che descrive allo spirito umano un cammino eternamente ascendentale.