Queste due nozioni non erano nè necessarie, nè possibili al primo uomo, il quale, solo in mezzo al creato, non sentivasi limitato in nessun modo, per cui non dovettero essere che in progresso vagamente sentite, poi formulate, quindi più o meno imperfettamente applicate. Scaturite dapprima dai bisogni e dai rapporti che il solo spirito umano è in grado di constatare, in un colle leggi che li reggono, il filosofo trovò poscia la loro affermazione meditando sullo scopo della sua creazione e sui proprii destini; e come vide il soddisfacimento di quei bisogni in armonia con quello scopo e con quei destini, vide eziandio necessità di quel soddisfacimento a raggiungere il suo fine; e sorse in lui la coscienza del diritto, cioè, come dicemmo, la legittima pretesa d'ogni essere, allo sviluppo ed allo esercizio delle sue facoltà, epperò a tutti quei mezzi che eccitano, favoriscono e conseguono questo sviluppo e questo esercizio.

Riconosciuta questa legge, prima ed anzi tutto nell'essere umano, era impossibile ad ogni logica, non estenderla a tutta la specie; epperò ogni essere non può, nè deve, riconoscere altra legittima limitazione al proprio diritto, che quella necessariamente stabilita dal diritto altrui, ed ecco la giustizia.

Chi infatti troverebbe a ridire di quell'uomo che, trovandosi solo in vasta regione, se l'appropriasse ed estendesse la proprietà sua illimitatamente, senza scrupolo? Colui non farebbe che usare del diritto di proprietà, che il supremo fattore gli conferiva sulle cose, diritto, d'altronde, ch'egli divide con altri esseri viventi. Ma se costui, estendendo la sua proprietà, trova segnati i confini d'un altra, là egli trova eziandio il confine del suo diritto nel diritto del suo simile, ch'egli deve al par del suo proprio rispettare, siccome basato sulla stessa ragione.

Riconosciuto dall'uomo il fine della sua creazione, e trovata l'aprezziazione dei mezzi da natura consociativi, ecco emergere spontaneo il dovere di applicarli, in proporzione dell'individuale potenza in vista di quello; epperò necessità di una sociale organizzazione che a questo principio si ispiri, ponendo ogni legislazione a propria base, che tutti i diritti legali esistenti, non esistono se non in forza di quel primo fondamentale diritto e per garantirlo, non essendo questo che lo sviluppo e l'applicazione di quello; laonde sarà più o meno filosofico il diritto parziale quanto più vedrassi ispirato, indirizzato e corrispondente allo scopo finale della esistenza umana.

Non altrimenti, tutti i doveri parziali esistenti, debbono rivolgersi a raggiungere attivamente il nostro fine, ed a rispettare e favorire l'altrui attività allo stesso fine diretta.

Vedo che questa dottrina ci conduce ineluttabilmente ad un'acerba censura delle nostre istituzioni e dei nostri costumi, ma ciò non mi riguarda, non essendomi io mai proposta di trovarmi d'accordo nè con pochi nè con molti, ma sentendomi io stessa nel mio pieno diritto, con quella perfetta coscienza che raccomandavo così caldamente alle mie lettrici.

Ma qual è dunque l'umano destino, a raggiungere il quale, di tanti mezzi ha natura l'uomo arricchito, e di cui fin qui non parlavamo che vagamente e per sola incidenza?

Egli ci vien insegnato da questi mezzi istessi. La rivelazione della natura è potente; e non può disobbedirsi nell'ordine fisico che incontrando il dolore e la morte, nell'ordine morale che colla degradazione del contravventore. Analizziamo con due parole questi mezzi, e la loro potente eloquenza.

La insaziabile curiosità dello spirito superstite al decadimento della materia lo spinge fatalmente al progresso; essenzialmente socievole, l'uomo è chiamato all'amor de' suoi simili, donde la solidarietà e l'associazione, che sono la moltiplicazione indefinita della sua potenza; dotato di favella, solo, fra tutta la sterminata serie d'esseri viventi, questo dono diviene l'affermazione di quelle vocazioni, per la pronta comunione delle idee che sì potentemente lo sviluppano, ed utile e piacer sommo gli procurano nella conversazione de' suoi simili. Fornito del sentimento di giustizia e di commiserazione, sentendo bisogno supremo e tormentoso d'attività materiale e morale, egli vede nell'applicazione di queste facoltà tracciato lo scopo della sua vita. Egli deve dunque lavorare perchè attivo, con lavoro progressivo perchè istintivamente ansioso di progresso; lavorare di concerto co' suoi simili perchè socievole; farsi virtuoso perchè intimamente giusto; e così sviluppando con assiduo esercizio le sue facoltà, aggiungersi forza e potenza, coll'occhio fisso alla perfettibilità materiale, morale, intellettiva; egli deve in una parola crear l'ordine in sè stesso, nell'umanità, nel globo, armonizzando i rapporti coi bisogni, donde il benessere e la felicità, ultima e necessaria scaturigine della morale e della sapienza.

Ora, la somma di potenza, che ciascun individuo porta a questo collettivo lavoro, è sì svariata ed indipendente da ogni forma esterna, che sfugge alla più minuta, come alla più lata classificazione. D'altronde non ci è possibile classificare logicamente la natura, dacché non ce ne sono note tutte le leggi; sicché facendolo, arrischieressimo forte di porre al posto della natura delle ottiche illusioni, delle erronee prevenzioni, o la deplorevole risultanza di pessimi sistemi.