Epperò eccomi ad indagare quale lavoro alla donna incomba in faccia alla società ad esserle utile elemento, e ad affermare in faccia a quella la sua importanza colla potenza del suo intervento, nello edificio civilizzatore elaborato dai collettivi conati delle masse unitarie.

Aborrente da tutti gli estremi, ma imbevuta delle idee del mio secolo, che considerando nella donna la potente individualità, deve ad essere conseguente educarla ad occupare un posto più dignitoso che quello non sia da lei occupato fino ad oggi; credente fermamente che l'educazione e coltura della donna sia problema vitale per lei e per tutta quanta l'umanità; convinta che la donna, risollevata alla coscienza della sua nobilissima natura e dandosi pena di frugarsi in fondo al cuore, deve scoprirvi dei tesori d'amore, di persuasiva, di commiserazione, tutta una vita morale insomma non avvertita ancora, ed inesplorata; persuasa intimamente essere dover suo destarsi alla voce dell'umanità che la chiama, siccome potentissimo elemento, ad impiegarsi nel suo fatale lavoro, io mi rivolgo alla femminil gioventù e le predico incessantemente; no, non ti è lecito trascorrere oziando la vita alle feste, ai passeggi, in mezzo a mille bagatelle indegne di sciupar le ore d'un'anima intelligente, mentre tanto lavoro ferve intorno a te; no, non ti è lecito aggirarti smaniosa in cerca del riso e della gioia ad ogni costo, mentre la martoriata umanità si travaglia in un'angoscia intestina, e lagrime e sangue versa da mille pupille e da mille ferite, per l'egoismo dei pochi e l'ignoranza dei molti; no, non ti è lecito trarti in disparte, oziosa spettatrice degli affannosi conati dell'umanità verso il bene; che se il tuo dovere non senti, allora sentir dovrai le ineluttabili conseguenze del non averlo compiuto. Indarno cercherai la stima e l'affermazione della tua personalità, indarno tenterai rivendicare il naturale diritto e scuotere il giogo che ti grava ingeneroso il debole collo; tu stessa avrai affermata la tua impotenza morale, la intellettiva fragilità, la pusillanime natura, epperò la necessaria tutela, e la eterna servitù.

Oh si desti la donna al sentimento della propria missione, alla fede degli umani destini! dopo sessanta secoli di assenza morale, ella può tuttavia giungere in momento assai opportuno.

L'uomo ha quasi esaurito ogni sua risorsa. Egli ha fatto guerre, ha riportato vittorie, ha celebrato alla conquista ed abbruciò incensi alla gloria grondante sangue: ma poi s'avvide ch'egli era infelice; allora s'immerse nella meditazione, creò dei sistemi, li formolò, li applicò, indi li rifece, li corresse, e li tornò a fare; ma poi s'avvide che era infelice. Sorse il Cristo e gli sussurrò all'orecchio la segreta parola ch'era la soluzione del suo problema; ma egli non la comprese, laonde da cattiva interpretazione ne trasse pessima applicazione e s'avvide, ch'egli era ancora infelice. Allora egli escogitò una dottrina, che i tempi mostravano di facile applicazione, e quasi gli parve d'aver afferrato l'ultima parola della sua tesi; ella consisteva nel far felici i pochi di lumi, di potenza e dovizia, ed alle masse guarentire il benessere coll'inconscia ignoranza, siccome il gregge tripudia e saltella sul prato, insciente delle cesoie del tosatore e del coltello del beccaio; ma ben presto s'avvide, ch'egli era ancora infelice. E tornando sul cammino già fatto, egli ritrovò quella secreta parola sussurratagli all'orecchio dal Cristo, la raccolse, la meditò e la comprese; ma ecco la guerra degli interessi, i lamenti dello egoismo epulonico, i garriti del gaudente, la grave resistenza della massiccia ignoranza, tutti d'accordo a barricare lo generoso cammino del bene, il bel sentiero che alla sociale felicità conduce.

Si ha d'uopo del disinteresse, ci abbisogna dell'amore, dell'amore quasi infinito dell'umanità, ci occorre abnegazione e violenza, commiserazione e sacrificio; avanti dunque, avanti la donna! Ecco il suo giorno ed il suo lavoro. Vile, inutile, ed eternamente serva quella che si ritira!

La povertà, il dolore e l'ignoranza, ecco i tre pupilli che reclamano la sua tutela e la sua provvidenza. Non è ella cosa, che la donna ha già seco stessa convenuta, ch'ella deve trovarsi dovunque si soffre e si piange? La gioia corrompe, il dolore migliora; meschina ed illusa colei che fugge dal pianto per incontrare il riso, il riso cinico, il riso ad ogni costo; ella sconfessa la sua soave natura, ella rinuncia alla sua santa missione, ella perde ogni diritto all'amor dei mortali. Che farà di lei lo addolorato s'ella lo fugge? che ne farà il felice se già è felice senza di lei?

Il sacro suolo della patria reclama pur egli il suo culto dal cuor della donna.

Plutarco nelle sue Donne illustri, ci dimostra coll'irrefragabile eloquenza dei fatti, che le nazioni tutte, che vantano gloriose storie e magnanime tradizioni, ebbero delle madri infiammate di patrio amore e dei pubblici interessi tenere e sollecite.

Le prime lezioni, che l'uomo dalla donna riceve, tutte debbono indirizzarsi ad instillargli la religione della patria sempre, e vieppiù a tempi nostri, nei quali question di vita e di morte s'agita per molti paesi, e sovra tutto alla bella terra del sì, madre sublime, che al mondo partoriva in ogni tempo le più splendide individualità ed intere nazioni di eroi. Si offuschi davanti ai patrii interessi ogni egoismo di famiglia; e la donna che non sa gli affetti immolare sull'altare dove il genitore, l'amante, il consorte, il fratello sacrificano la vita e versano il sangue, s'abbia pure il loro disprezzo; e indarno cerchi considerazione, indipendenza e diritti, a conservare i quali vuolsi la forte coscienza del bene anzichè debolezza di passioni.

Ma no, la donna ha dato prove antiche e recenti di sentir vivamente la religione della patria; e mentre i nostri miti costumi la fanno de' suoi nati tenerissima, pure mai non esitò ad immolare lo egoismo materno sull'altare dei patrii bisogni. Ed alla religione della patria la vedemmo anzi educarla quando, nell'intimo conversare, ella additava alla prole bambina lo straniero usurpatore, che le membra intepidivasi ai nostri focolari, ed insolente saliva e scendeva le nostre scale e le narrava gli sdegni paterni e gl'infelici recenti conati, ed allora