«Dauno, Irpino, Lucano, Sannita
«Non estinta, ma solo sopita
«Era in essi l'antica virtù».
Colta qual'io vorrei la donna, informata a solidi criterii, ricca d'un'amabilità risultante dalle squisite doti dell'anima, e vieppiù adorna del vero gusto che alle leggi del bello ed alla natura si ispira, più che alle mille bizzare eccentricità della volubile moda; stimando il bello, il buono ed il vero, ovunque si presenta colla superiorità dello spirito leale, aperta sempre ad ogni bel sentimento, sorda alle passioni, schiava del dovere, anima della famiglia, sorriso della società, ella dev'essere molto sensibile alle manifestazioni del genio. Natura ha le cose così disposte, che l'uomo, finchè si voglia superiore, non si fa però che assai difficilmente superiore al disprezzo della donna, e molti fra quelli che affrontarono sventure, traversie e lotte d'ogni fatta, forza e vigoria trovarono a non soccombere nella stima d'una donna; nè congettura semplice è questa, e esperienza di pochi o molti fra loro che nominar si potrebbero, ma confessione altresì. Gian G. Rousseau, nell'Emile, dice; che niun uomo è indifferente alla disistima della donna; ed egli stesso pel primo, che tante severe verità le predicava, non poteva pur tuttavia rassegnarsi a non esserne apprezzato.
La cognizione di questo fatto deve fare la donna circospetta nei giudizii, larga d'encomii al merito, e muta affatto davanti a quei luoghi comuni d'un falso spirito, a quelle ridicole rodomontate di cui è costume della viril gioventù farsi bella davanti alla donna. Oh se la donna non fosse sensibile che col vero merito, quanto gli uomini diverrebbero migliori! Ma pur troppo sovente ella è mistificata dalle apparenze della forza ch'ella crede scorgere dietro parole, ad atti arditi, che non altro rivelano che una illimitata fiducia nelle proprie forze, non sempre dal fatto giustificata, dietro una violenza di modi che non altro esprime che debolezza e suscettibilità; all'ombra di imprese contro la morale, che più sono ardite e più ci dicono quanto tirannico sia quel giogo di passione dal quale è trascinato misero schiavo l'uomo, dietro certe arie da conquistatori che taluni assumono presso la donna ch'è un insulto diretto alla facile virtù, che le si suppone. Ma sventuratamente debbo dirlo, della donna è il demerito se gli uomini sono così; ella troppo sovente non è debole che per il vizio e la leggerezza, non è insensibile che alle virtù ed alla sapienza. Eppure se è la forza che la seduce, nella virtù e nella sapienza si trova, che importa superiorità d'animo, abnegazione ed eroismo, perseveranza di propositi, profondità e solidità d'intelletto!
Informata la donna ai principii, redenta dalle esorbitanze della opinione, sviluppata dalle tenebre della secolare ignoranza (il che se in parte da lei stessa dipende, assai e molto più dipende dalle nazionali istituzioni), non è più possibile certamente negarle il diritto.
Lo Stato fu sempre ed è tuttavia colpevole verso la donna, chè, riconoscendola contribuente, la disconosce cittadina, e punendola delinquente, la nega capace.
La legge non si mostra alla donna che armata di flagelli, gravida di doveri, avara in libertà, feconda in restrizioni; può essa, la donna, far lieti sagrificii ad un paese le cui istituzioni la trattano così ingenerosamente?
Può ella, da senno, credersi obbligata verso una patria, che è per lei triste e dura più che, non è per l'uomo l'esiglio?
Può essa, in cuor suo, rispettar quelle leggi che vede e sente sopra sè stessa ingenerose ed ingiuste?