Apprestò il thè al piccolo tavolo; offerse chicche, biscotti, liquori, crema, vini; recò le tazze fumanti e profumate alle tre signore; stette a vederle sorbire la delicata bevanda, gustare le leccornie; e invidiò loro il volgare piacere.
«Poter godere delle piccole, sciocche cose!— andava pensando—piacersi delle ghiottonerie! occuparsi e divertirsi di insulsaggini!… Beato chi è fatto così, e non si affanna a correr dietro a un ideale, che fugge e fugge lusingando e attraendo con una fiamma bugiarda; fuoco fatuo.
A un punto entrò Bortolo con il viso smorto. Pregava la signorina che gli desse qualche cosa di spiritoso per un povero fanciullo operaio che s'era fatto male a la fabbrica quel giorno stesso e che, dopo la medicazione del chirurgo, peggiorava a vista.
«Papà sapeva?—chiese con ansia Lucia togliendo dall'armadio una bottiglia di cognac e consegnandola a Bortolo, che accennò di sì con il capo.
«E anche tu, zia?—chiese la fanciulla.
Dio buono!… Certo che la zia sapeva. Ma non c'era ragione di affannarsi a quel modo; disgrazie ne capitano ogni giorno; e, si sa… a chi la tocca la tocca!
La zia parlava non smettendo di mangiare e offrendo chicche alle amiche, che si rimpinzavano.
Come si poteva ingollar leccornie a quel modo, quando lì, a pochi passi di distanza, un poverino, lavorando nella fabbrica che dava la ricchezza a la casa, soffriva forse acerbamente, forse anche lottava con la morte?
Come mai aveva potuto, il suo papà, che sapeva che per certo aveva veduto, fare come di solito la sua elegante toeletta, scherzare con lei, uscire per lo svago d'ogni sera, forse dimenticare il triste caso in un salotto allegro o fra amici gaudenti?
Un'ambascia, fatta di pietà per il poverino malato e di disgusto per l'indifferenza del padre, della zia, e di quelle insipide zitellone, gonfiò il cuore della povera fanciulla.