Lucia e Adele, con l'ombrellino aperto, trotterellavano via svelte e leggiere chiacchierando con la confidenza benevola e rispettosamente affettuosa, che sempre è fra una padroncina buona e giusta, e una domestica riconoscente e affezionata.
Adele diceva della sospettosa sorveglianza, dei rimproveri, dalle continue stoccate della signora Marta, che pareva si imbattesse nel diavolo ogni volta che vedeva lei o il cocchiere, e che mandava saette dagli occhi quando li sorprendeva insieme a scambiarsi due parole, da gente che si vuol bene.
«È pure stata maritata anche lei!—soggiungeva.—E se fu maritata è segno che ha voluto bene a suo marito, anche prima che fosse suo marito. O in certi casi, essere poveri o ricchi non è lo stesso?…
Lucia dava ragione a Adele senza però dare apertamente torto a la zia. Oh tutt'altro!… La povera donna bisognava compatirla; era in là con gli anni; aveva sofferto per la lunga malattia del marito.
«Ed ha un cervellino da coniglio, poveretta!—finiva fra sé.
Al vecchio Tivoli, si imbatterono nell'ingegnere del Pozzo, che vedendo Lucia, fece un leggero atto di sorpresa e salutò cerimoniosamente facendo di cappello.
Quell'improvviso, inaspettato incontro, fece dare un tuffo nel sangue della fanciulla. Emozione della quale rise tosto in cuor suo. Che sciocca era a commuoversi d'una cosa così naturale!… Proprio una sciocca che ella stessa non riusciva a capire.
Arrivarono lungo i bastioni di Porta Garibaldi. Gli ippocastani erano già coperti di foglie d'un color verde tenero; foglie di poco sbocciate dalle gemme. Di sotto il viale, dal suolo ricamato di ombre fantastiche e mobili, la gente camminava frettolosa e allietata dall'aria primaverile.
Giunsero presto su 'l corso di Porta Nuova, a la casa additata.
La giovine sarta a la quale era morto il fratello nella fabbrica ove lavorava, era in casa.