«Scala a destra, seconda corte, abbaino numero otto!—informò il portinaio, dal deschetto, non smettendo di battere il cuoio d'una suola di scarpa.
Attraversarono la prima corte; entrarono nella seconda. Lucia si mise per la prima nella scaletta ripida e scura; e su, su, su, seguita da Adele che cominciava a ansimare. A l'ultimo pianerottolo, infilò un'altra scaletta serrata fra i muri, finchè giunse nello stretto corridoio dove mettevano gli usci numerizzati degli abbaini.
In uno di questi, aperto, una vecchia si cullava su le ginocchia un bimbo in fasce, cantandogli il ninna nanna con voce roca.
Da un altro, insieme con un piagnucolare di fanciullo, veniva un odore tignoso di merluzzo fritto.
In un terzo, chiuso, si rideva vociando.
L'abbaino numero otto, era l'ultimo ed aveva l'uscio aperto sbarrato.
Lucia e Adele si arrestarono un momento su la soglia.
Seduta a un tavolino ingombro di matassine e rocchetti e cuscinetti per aghi e spilli e forbici e ritagli di stoffa, una giovine donna, baciata dal sole che pioveva un suo raggio dal finestrino, in alto, staccando una tinta d'oro dai suoi capelli biondi e copiosi, era intenta al lavoro.
Levò gli occhi cerchiati d'azzurro come Lucia chiese il permesso d'entrare; si alzò premurosamente, stette in attesa di sapere il perchè della visita.
Lucia si spiegò.