«Cara Lena,

Papà può essere contento della festa data in onore delle sue nozze d'argento con la fabbrica.

Fu un vero festone; uno sfoggio di bellezza, di sfarzo, di uomini eminenti; sopra tutto, un godimento generale e completo.

Il giardino, illuminato da lampadine elettriche nascoste fra i rami delle piante, era pittoresco, bellissimo. Le sale addobbate con gusto squisito; il buffet sceltissimo, scintillante di cristalli preziosi e argenteria all'ultima moda.

Zia Marta e le sorelle Zolli, tutte tre in velluto nero, con ornamenti argentei per essere d'accordo con la circostanza, facevano gli onori di casa. E facevano bene; quello è il loro posto. Ricevere, sorridere a tempo, parlare a tempo, inchinarsi, porgere la mano in quel dato modo; sputare complimenti, sentirsene dire, far mostra di pensare quello che si dice, di credere a quanto si ascolta.

Io, nel mio vestito parigino di un color rosa pallido, la scollatura quadrata, un dito di manica, una vera meraviglia di semplicità e di eleganza, sembravo un vero e stupido figurino della moda.

Arrossii vedendomi riflessa nella specchiera prima di scendere in salotto. Quasi non mi riconoscevo in quella giovine donna dai capelli scuri e la carnagione bianca, così elegante nell'artistica semplicità!

Mi pareva d'essermi mascherata; non ritrovava più me stessa; e un vago senso di malcontento mi scendeva nell'anima. Fui sgarbata con Adele, che mi girava intorno ammirata.

Bisogna però dire che Adele avesse qualche ragione di ammirarmi.

In salotto tutti mi guardavano; feci furore; come dice zia Marta.