Risentii l'impressione che ho sempre provata vedendo alle vetrate dei caffè, i fanciulli poveri guardare dentro i fortunati, seduti davanti ai tavolini imbanditi, rimpinzarsi di leccornie.

Mi vergognai del mio vestito elegante e costoso, del lusso sfacciato della casa, quella sera aperta a la curiosità di tutti.

Volli rientrare.

A pochi passi da me, con il dorso poggiato al tronco d'una pianta, il signor Del Pozzo, con le braccia incrociate sul petto, guardava al di là dell'inferriata. Al fruscio de' miei passi su la sabbia, si rivolse, mi salutò con un leggero cenno del capo e restò là senza muoversi. Forse risentiva gli stessi sentimenti che commuovevano me stessa!

Papà durante tutta la festa, credo non si sia mai ricordato di me.

La bellezza fulgida della vedova signora Rabbi, sai!… la superba bionda altezzosa che tu non potevi soffrire, deve avergli fatto girare il capo. Fatt'è che egli era tutto per lei e lei tutta per lui solo. Gongolante, orgoglioso, egli la faceva ballare, custodiva il suo ventaglio, era il segretario del suo carnet. Non aveva occhi e attenzioni che per lei, che si lasciava corteggiare con grazia altera, da regina usa agli omaggi, da dea che impone adorazione.

Nel vestito di raso color turchino smorto, scollata fino all'indecenza, le magnifiche braccia nude, scintillante di pietre preziose, con uno strascico da sovrana, la signora Rabbi era bella davvero; per certo la più bella di tutte; la regina della festa, come si suol dire.

Ti ho scritto una letterona che non finisce più. E bada che ho dormito poco. Dalle cinque alle dieci. Ci ho ancora gli occhi imbambolati. Papà e la zia dormono ancora e chi sa quando si alzeranno. Scommetto che il signor Del Pozzo è già levato e fuori; forse a la fabbrica come di solito. Ciao, ciao, carissima; non dimenticarmi.

LUCIA.»

* * *