Lucia si abbandonò al piacere di respirare liberamente l'aria profumata. Il riposo dello spettacolo che le si spiegava dinanzi, la calmò come un bagno fresco. L'agitazione silenziosa delle bestie che si svegliano durante la notte nascondendo al sole la loro oscura esistenza, le accarezzava l'orecchio di rumori indistinti.

Nel molle bagliore della notte, Lucia sentì corrersi nel sangue fremiti di speranza e di fiducia come se una affinità misteriosa l'unisse a quella poesia vivente.

Rimase a fantasticare senza saperlo, finchè l'aria si fece frizzante e fu costretta a chiudere i vetri ed a cacciarsi sotto le coltri.

Dormì poco. Verso oriente, l'orizzonte impallidiva nella luce smorta del mattino, quando ella si svegliò.

Un gallo buttò il suo canto nell'aria; un altro gli rispose a distanza; fu in breve un concerto di voci rauche e acute e nell'immensa vôlta del cielo, che andava insensibilmente biancheggiando, le stelle illanguidivano e sparivano.

Gli uccelli cominciarono a pipillare, poi a chiamarsi con pigolii, in fine a volare fra le piante e gli scogli con garriti e trilli e gorgheggi.

Dalla finestra di fianco al suo letto, Lucia stette a vedere le nuvole rosee che gettavano su 'l mare una luce fantastica, finchè, lentamente, il sole, sfolgorante, grandioso, illuminò maestosamente il mare, i monti, in distanza; ogni cosa.

Lucia si alzò; si vestì e pensò che l'Autore di tanto cose sublimi, non avrebbe potuto permettere che nel suo cuore fosse spenta ogni luce di speranza.

* * *

Zia Marta, nelle sue lettere piagnucolava. Aveva dovuto abbandonare il villino; s'era ridotta a vivere in tre stanzucce fuori porta; la pensione le bastava a pena per non morire di fame; era una vita misera.