Subitamente un pànico mi colse. Più lo vedevo avvicinarsi al risplendente gruppo in cima al colle e più cresceva la mia trepidazione. Pareva che la salita la facessi io; mi mancava il respiro e mi batteva rapidissimo il cuore. Laggiù a sinistra la foresta d'abeti oscura e silenziosa m'invitava alla fuga.

Allora ricordai la poesia inglese «Casabianca», che narra del mozzo sul bastimento incendiato a cui il padre dice: «Rimani qui finch'io torno».

«The boy stood on the burning deck

Whence all but he had fled....»

Invano i marinai dalla scialuppa gli gridano: «Vieni! Salvati!» Al fanciullo fu detto: «Rimani»; ed egli non si muove. — Il padre non torna perchè le fiamme l'hanno divorato. Ed egli non si muove e le fiamme divorano anche lui.

Avevo sempre di queste immaginazioni epico-romantiche nella mente; mi figuravo di essere l'eroina di grandiose ineffabili avventure anche nelle circostanze più semplici e negli avvenimenti più comuni della vita.

Questo certo non era un avvenimento comune. Parlare con una regina! Parlare con quella regina, che pareva uscita fuori — per un istante solo, in punta de' piedi! — da un meraviglioso racconto delle fate, nel fluttuante velo celeste, sullo sfondo abbagliante delle Alpi nevose e del cielo....

Vidi il gruppo dividersi per lasciare il passo al poeta. Poi si richiuse ondeggiando intorno alle due figure centrali.

Quasi subito il gruppo nuovamente si aperse; una figura si staccò dalle altre e scese verso di me. Non era Carducci. Era un ufficiale — un colonnello di artiglieria — risplendente e magnifico. E a me, cui sempre danzavano nella testa i versi, balzò subito in mente la canzone puerile e deliziosa di Giovanni Rizzi che avevo imparato non molto tempo prima, a scuola.

«C'era una volta un cavalier cortese