— È bello Giosuè Cavallo, — diceva.

— Io vado a Legnano, — soggiunse, — domattina, in carrozza col prefetto. Potrai venire anche tu; a cavallo.

Così feci. Nell'amazzone presa a prestito dal Tattersall, issata a sommo di Giosuè Cavallo negro-splendente al sole, trottai e galoppai ora davanti, ora dietro, ora a fianco della carrozza, a grande soddisfazione di Carducci e divertimento del prefetto.

La strada era lunga — trenta chilometri! — ed era dura al trotto rigido del morello; dopo un'ora circa io sentivo già ogni singola vertebra della mia spina dorsale, e avevo il torcicollo e un crampo indescrivibile nel braccio sinistro. Giosuè Cavallo non andava mai al passo. Neppure per un istante cessò dal suo trotto rigido e sobbalzante se non per mettersi a quel caracollante trottigno, quasi un passo di danza, così bello a vedersi e così estenuante per chi è forzato ad eseguirlo.

Ma dalla carrozza Carducci mi guardava con un sorriso pacato e soddisfatto; e chiudendo i denti sul labbro repressi le mie sofferenze.

Nulla ricordo del breve soggiorno a Legnano; certo all'indomani mattina stavo abbastanza bene per escogitare delle sciocchezze; così, allorchè Carducci e il prefetto furono scesi nel vestibolo, mi feci portare dal cameriere della legna in fascina, e rompendola a pezzetti ne riempii la valigia di Carducci. Accadde poi che, a metà strada del ritorno, volendo egli mostrare al prefetto certi suoi appunti, aprì la valigia, e il «ricordo di Legnano» che io gli avevo preparato gli si presentò agli occhi.

— Ma come? Ma questa non è la mia valigia! Che cos'è tutta questa legna? — esclamò Carducci incollerito.

Allora al galoppo precedetti sempre di gran tratto la carrozza, e voltandomi scorgevo Carducci feroce che, aiutato dal prefetto, buttava via i pezzetti di legno sparsi tutt'all'intorno.

— Se tu mi fai ancora di codeste stoltezze, — gridò Carducci appena fui a portata della sua voce, — bada bene che ti porto via il cavallo. — Ma la sua ira non mi impressionò troppo. Visto che per lo più quelli che lo avvicinavano — intimiditi dal suo cipiglio o dalla sua grandezza — mantenevano intorno a lui un'atmosfera di gravità e soggezione assai noiosa, credo che, in fondo, le mie monellerie lo riposassero da tanta grigia solennità. Quanto alla minacciata punizione di portarmi via Giosuè Cavallo, certo nulla lo avrebbe più stupito, o addolorato, che se io gli avessi detto: — Sì, sì! Portatemelo via; esso rappresenta per me sotto ogni rapporto una bestia nera!

Me ne guardai bene. Ed egli ripartì per Bologna convinto di avermi fatto il più meraviglioso dei doni; soddisfatto di sè, di me e di Giosuè Cavallo; felice di aver speso così bene — lui, che non era nè ricco nè prodigo — una così importante somma.