— Mio marito?

— Sì. Potrebbe anche montarlo qualche volta, se volesse.

La signora Luzzatto alzò gli occhi al cielo.

— Meglio non parlargliene, — disse.

E non gliene parlai.

La mia vita fu allora tutta subordinata a Giosuè Cavallo. Volevo stare in città? No; dovevo andare in campagna perchè Giosuè Cavallo ci stava meglio e costava di meno. Volevo restarmene tranquilla? No; mi toccava andare di qua e di là, per monti e valli, al trotto e al galoppo, per passeggiare e disciplinare Giosuè Cavallo (che se stava due giorni in scuderia diventava una belva). Volevo fare un viaggio a Londra a vedere mia sorella? Impossibile lasciare Giosuè Cavallo; e ancora più impossibile condurlo con me. Mi affondavo sempre più in difficoltà finanziarie per far nutrire, albergare, governare Giosuè Cavallo.

Tutte le mie conoscenze mi consigliavano, chi una cosa chi l'altra.

— Bisogna renderlo. Bisogna venderlo. Bisogna dirlo a Carducci.

Renderlo? Venderlo? Mai!

Dirlo a Carducci? A che pro? Relativamente povero anche lui, — che cosa avrebbe potuto fare? E poi egli era così felice di avermi fatto questo regalo, che per niente al mondo avrei voluto dargli un simile dispiacere. Subito, il giorno seguente alla compera, egli aveva voluto vedermi cavalcare all'aperto. Andammo sui bastioni ed io gli passai davanti a galoppo molte volte. Egli era raggiante.