Perchè non lo feci! Sarebbe stato un gesto degno di lui e di chi me l'aveva dato. Forse non ero degna io di una fine così gloriosa. Disertai. Come quegli amanti che dicono: «Moriamo insieme», e poi al supremo passo l'uno vilmente si ritrae, così io lanciai solo nella morte Giosuè Cavallo invece di balzare grandiosamente nel buio con lui.
Volli che morisse? Non lo so; nè voglio oggi ricordare la folle catastrofe che lo spezzò, e che portò me pure vicino alla morte. In ciò ch'io feci ebbi coraggio e viltà.
Ma la viltà maggiore fu che non osai dirlo a Carducci.
Sapevo che gli avrei dato un vero e grande dolore. Egli mi scriveva ora — più sovente del solito — per domandarmi notizie di Giosuè Cavallo.
«Mi piace pensare che è tua quell'apollinea fiera. Mi piace pensare che ho potuto farti un dono così bello. In cima alla mia mente sta l'imagine tua e sua, lanciati al galoppo, ondeggianti la nera criniera e le tue lunghe chiome al vento.... Così, o Loreley pellegrina, sei volata fuor della veduta mia».
Io aborro ed esecro la menzogna. Tutto mi sembra comprensibile e perdonabile all'infuori dell'inganno. Ebbene, io allora — credo di poter dire che questa fu l'unica volta! — ho mentito e ingannato. Alle sue domande rispondevo brevemente, evasivamente, ma non avevo il coraggio di dirgli la verità.
Un giorno mi annunciò prossima una sua visita.
Tremai. Scrissi che dovevo recarmi subito a Napoli. Mi pareva assai lontano.
Ma Carducci ne fu contento.
«Via, dunque, bionda di cavalli agitatrice, a riva più cortese!».