Anch'egli sarebbe venuto tra breve per un sol giorno laggiù, onde salutare una regale Amica, e vedermi passare, sull'azzurro sfondo del Mediterraneo, lanciata a volo «sulla fiera gentil».
Allora, giunta a Napoli confidai la mia angoscia a un poeta — Arturo Colautti — che era venuto a trovarmi. Lo pregai di andare incontro a Carducci e dirgli subito la verità.
Non volle; non osò.
Un ufficiale ch'era con lui mi disse:
— Perchè dargli quel dispiacere? Troveremo un cavallo che per un'ora personifichi il tenebroso corsiero da lui regalato.
Allora fu per tutta Napoli un febbrile cercare di cavalli neri. (Se ne ricorderà forse ancora quell'ufficiale — Maggiotto, allora capitano dei bersaglieri; oggi solennemente installato nel Ministero della Guerra. E il marchese Lillo Catalano.... e il conte Bruno Torri....). Davanti al balcone della casa in strada Caracciolo dove io avevo preso alloggio, fu uno sfilare di foschi corridori: di morelli grandi e grossi, di morelli lunghi e magri; di morelli ombrosi e morelli generosi, di morelli con balza e senza balza.... Ma nessuno — ah! nessuno — che assomigliasse a quello donatomi dal poeta.
La scelta cadde finalmente su di uno portatomi da Maggiotto.
Il cavallo si chiamava «Ras Alula»; era nero, era grande, era balzano da tre. Ma qui la somiglianza cessava. Ras Alula era un mite, era un remissivo, un rinunciatario, un vinto della vita. Per quanto io lo molestassi con morso, scudiscio e tacco per animarlo, per farlo inalberare come soleva il mio nobile corsiero, Ras Alula scoteva la testa placidamente, partiva a un piccolo trotto, e se a furia di strappi e strapponi, di frusta e sperone riuscivo a farlo galoppare, si dimenava nel molle movimento d'una sedia a dondolo, con pendula coda e testa ciondolante.
Io ero disperata.
— Non si sgomenti, — disse Maggiotto, lisciandosi la barba nera e fissando lo sguardo, più focoso assai che non quello del suo cavallo, sul mite e gigantesco Ras Alula. — Ci penso io.