— Magari! — esclamò la signorina. — Ma la Direzione non permette. Il pubblico se ne accorgerebbe subito.
— E non è difficile levare tutto quel colore?
— No, no; affatto. Con questa lozione — e la signorina additò una grande bottiglia quasi piena di un liquido incolore, chiaro come l'acqua, — si toglie tutto. È un preparato americano, meraviglioso! Guardi come lascia la pelle bianca e levigata. — E stese alla signora Clotilde una mano bianca e un braccio fine e candido. — Appena appena se le unghie restano un pochino scolorite....
In quel momento si battè alla porta.
La signora Clotilde sussultò.
Ma non era Manlio. Era un telegramma urgente. La signorina l'aprì, lo lesse e diede uno strillo d'esultanza:
— Parigi, Parigi! Sono scritturata a Parigi!... — E nella sua gioia abbracciò la cameriera. E quasi quasi avrebbe abbracciato anche la signora Clotilde se avesse osato. — Mi ha portato fortuna, mi ha portato fortuna! — esclamava stringendole le grassocce mani inguantate. Ma d'un tratto si fece seria e guardò di nuovo il telegramma. — Si va in scena il primo del mese. E oggi è già l'ultimo. Cielo! Per arrivare a tempo dovrò partire stasera col diretto delle nove.
— Ma è impossibile! — esclamò la cameriera, molto agitata anch'essa; — poichè qui andiamo in scena alle nove e quaranta.... — La cameriera non andava affatto in scena, ma quando si alludeva alle funzioni artistiche della sua padrona parlava sempre al plurale.
— E che importa? Credi ch'io voglia perdere la scrittura di Parigi per un'ultima rappresentazione qui? Vuoi dire che per questa sera troverò una sostituta; oppure si ometterà il quadro, e pagherò la penale. Sì, sì! Che cosa importa?... Pagherò la penale.