Non le riusciva di veder altro. Per quanto ella si provasse, concentrandosi, con occhi chiusi ed appassionata volontà, rievocarne il viso — ahimè! i cari, noti lineamenti si confondevano, si dileguavano, e nulla restava davanti a lei che quelle tristi mani scolorate, quali le aveva vedute per l'ultima volta. Terribili, inavvicinabili mani!
Erano quelle, le mani di cui Tom aveva sempre avuto tanta cura? di cui si era compiaciuto con ingenua vanità? quelle, le mani che ella aveva accarezzate, poggiando sovr'esse la guancia? Il solo pensarlo le faceva paura. Quelle mani fisse, finite, rinunzianti, erano dunque le mani che avevano dipinto i delicati paesaggi d'Italia, che ella aveva amato, e gli altri quadri che ella aveva aborrito, perchè in tutti appariva la perlata nudità della bionda modella di Trastevere? Quelle, le mani che remavano nella barca « Luisa » sul Lago Maggiore, conducendo lei e lo zio Giacomo all'Isola Bella? Le mani che improvvisamente avevano afferrate le sue, una mattina alla Madonna del Monte — quella mattina che ella portava un vestito celeste col colletto alla marinara e una cravatta rossa...
Le pareva ancora di vederlo fermarsi subitamente davanti alla Quinta Cappella e dire, con quel suo strano e caro accento inglese: « Volete essere sposina mia? » Ed ella si era messa a ridere, e gli aveva risposto in inglese, colle sole tre parole che sapeva e che egli stesso le aveva insegnate attraverso la table-d'hôte — : « Yes. Please. Thank-you! »
Poi, avevano riso tutt'e due, tanto, che lo zio Giacomo aveva detto che la Madonna li punirebbe.
E la Madonna li aveva puniti. Lo aveva fulminato nel suo venticinquesimo anno, pochi mesi dopo il loro matrimonio, spezzandogli la giovinezza come una bolla di cristallo. A Valeria era toccato udirlo tossire, giorno per giorno, notte per notte, tossire, tossire, tossire; distaccandosi dalla vita a piccoli colpi di tosse secca, e raspamenti di gola; e più tardi in terribili parossismi che lo lasciavano estenuato e senza respiro; e poi in una tosse molle e facile a cui egli quasi non badava più. Erano corsi da Firenze dove c'era troppo vento, a Nervi dove c'era troppo caldo; da Nizza dove c'era troppo rumore, ad Airolo dove c'era troppo silenzio; finalmente, con un impeto di speranza, con un affrettato raccogliere di scialli e pastrani di pennelli e colori, di pattini e ski, erano partiti per Davos.
E a Davos brillava il sole — e nacque béby! Tom Avory usciva con pattini o « bobsleigh » ogni mattina, e in otto settimane era cresciuto di peso quasi tre chili.
Ecco che un giorno una signora americana, di cui il figlio era moribondo, disse a Valeria:
— Non è bene per la vostra piccina di stare quassù. Mandatela via da Davos; o quando avrà quindici anni comincierà a tossire anche lei.
« Mandatela via! » Sicuro; bisognava mandar via béby. Valeria capiva che bisognava fare così. Sentiva lei pure che lo stormo di microbi che usciva da tutti quei polmoni malati la ravvolgevano, lei e la sua creatura, in un nembo di morte. I germi dell'etisia! essa li sentiva, li vedeva, li respirava. Le pareva che l'odore ne fosse sul suo guanciale la notte; che le lenzuola e le coltri li esalassero; che il cibo ne fosse pregno. Poco le importava per sè; ella si sentiva forte e sana. Ma la sua creatura! Quel fragile fiore del suo sangue, era anche del sangue di Tom! Tutti i fratelli e le sorelle di Tom, meno una sola — una ragazzetta chiamata Edith, che viveva in Hertfordshire — tutti eran morti nell'adolescenza: uno a Bournemouth, uno a Torquay, uno a Cannes, una — la piccola Sally, la sorella prediletta di Tom — a Nervi. Tutti erano morti, fuggendo la morte che portavano in seno. Ora Davos aveva salvato Tom. Ma bisognava mandar via la piccina.
Chiesero consiglio a due dottori. L'uno disse: « Eh! si sa!... » e l'altro disse: « Eh! non si sa!... »