Quindici giorni dopo, i Van Osten lo invitarono a pranzo.
In casa Schmidl l'agitazione fu grande.
— Vedi? — spiegò Aldo a Nancy, mentre s'accomodava una immacolata cravatta alla sommità dell'impeccabile sparato, — ormai Van Osten sente che può fidarsi completamente di me. Stasera certo mi parlerà del nostro lavoro.
Nancy, seduta melanconicamente in una vecchia poltrona verde, sospirò:
— Anne-Marie sta poco bene. Ho paura che le minacci la rosolìa. — E si chinò a baciare la fronte accaldata della sua bambina, che, in piedi accanto a lei, si divertiva a strappare, con languida mano febbricitante, l'imbottitura della poltrona. — Pare che la Settima Avenue ne sia piena.
— E' un quartiere lurido, — disse Aldo, allacciandosi il gilet, e infilando una catena d'oro matto nella bottoniera; poi, con uno spillo da balia, ne fissò l'altro capo nel taschino del gilet. — Bisognerà cambiare alloggio.
— Quella gente che incontri dai Van Osten non ti domanda dove stai? — chiese Nancy.
— Sì. E ho avuto l'ispirazione di dire al 59 della stessa strada. Sai, dove ho l'ufficio! Spero che non andranno lì a domandare di me.
Nancy sospirò ancora. Aldo le diede un bacio affrettato; e ad Anne-Marie, che aveva le mani sudicie e la faccia lagrimosa, fece una piccola e prudente carezza. Poi uscì in fretta, e saltò su uno « street-car » che andava nella città alta. Entrò baldo e gaio in casa Van Osten.
Durante il pranzo non si fece alcuna allusione a cose politiche nè al lavoro. Vi era una dozzina di commensali, e a un dato momento Van Osten si rivolse ad Aldo.