— Anch'io, — disse Nancy. E furono amici.

Bertolini venne l'indomani a domandare se poteva studiare un po' con « la piccola Wunder »; e i due rifecero insieme la romanza in fa, e poi la Romanza in sol.

E poi della musica dei vecchi classici italiani, Corelli e Vivaldi: preludii e correnti, gighe e sarabande. Bertolini tornò anche il giorno seguente; e il giorno dopo; e tutti i giorni. Egli era un violinista di second'ordine, e un pianista di terz'ordine. Ma era un musicista di primissimo ordine — musicista nato: con tutte le manìe, e la sensitività, e la pedantesca minuzia, e la eccitabilità del musicista vero. Arrivava timido e corretto, col suo buon viso grasso, placido sotto ai ben spazzolati capelli. E mezz'ora dopo, lo si sentiva per tutta la casa urlare e vociferare, smaniando e battendo i piedi sui pedali.

Ad Anne-Marie piaceva che gridasse. La interessava di osservare le faccie ch'egli faceva quando lei, apposta, suonava delle note sbagliate: lo vedeva scuotere la testa nera e arricciare il naso, e aprire una gran bocca a gridare. Un giorno ella si divertì, in un pezzo scritto nel tono di « fa », a suonare ogni « si » naturale invece che bemolle.

— Si bemolle, — disse Bertolini la prima volta.

Bemolle! — gridò alla seconda volta.

— BEMOLLE! — urlò, frenetico, calpestando i pedali, afferrando con mano febbrile le irsute nere chiome che gli coprivano serrate e crespe la testa come un berretto d'astrakan.

— Cos'ha questo « bemolle »? — chiese Fräulein alzando blandi occhi dal suo lavoro.

Anne-Marie rise.

— Io non so che cos'ha. Mi pare diventato matto!