— Ecco fatto! « Nun ist alles in Ordnung », — disse in tedesco il « grossolano personaggio », rivolgendosi con un risolino a Fräulein. E tirò su l'aria col naso, e inghiottì.
Ben presto s'avvidero del significato della clausola 8.
« La parte suddetta » si era obbligata a dare un numero minimo di centoquaranta concerti all'anno, e la parte suddetta era Anne-Marie. No, certo, ad Anne-Marie non sarebbe concesso di perdere il tempo a balladarsi colle mani in tasca. In sedici giorni aveva fatto undici viaggi e dato dodici concerti.
Essa passava da città a città, da palcoscenico a palcoscenico, e pareva un pallido serafino che suonasse in sogno. A metà del settimo viaggio Fräulein si ammalò, e fu lasciata a mezza strada tra Mainz e Colonia.
Bemolle stringeva i denti e non parlava. Sedeva nel treno rimpetto a Nancy e ad Anne-Marie, e le guardava; guardava la piccola (che sonnecchiava colla testa poggiata al braccio di sua madre) e grandi lagrime si adunavano nei suoi fedeli occhi neri, s'indugiavano, e cadevano, perdendosi nei mesti baffi bruni che gli spiovevano sulla bocca come quelli di una foca.
L'impresario viaggiava con loro, leggendo i giornali e soffiando nelle loro faccie il fumo delle sue sigarette; poi si addormentava colle mani in tasca, le lunghe gambe stese traverso lo scompartimento, e la bocca aperta.
Bemolle lo guardava, covando foschi pensieri. I suoi buoni occhi di cane fedele vagavano con espressione feroce dalla bocca aperta del dormente impresario alla sua bionda barba a punta, e si attardavano lungamente sul suo gilet infiorato, come cercando un posto adatto...
Durante i concerti l'impresario era onnipresente: girava in su e in giù per la sala e per i corridoi; lo si vedeva da per tutto, colle mani in tasca e la sigaretta in bocca. Negli intervalli tra i pezzi veniva a sedersi nella stanza degli artisti, e s'intratteneva con tutti quelli che venivano per vedere Anne-Marie. Indovinava i giornalisti col fiuto di un cane da caccia; e narrava loro fantastiche e inverosimili leggende sul conto della piccina, che facevano arrossire Nancy fino alle lagrime. Essa lo udiva parlare con tutti: coi musicisti entusiasti, colle signore commosse che venivano ad abbracciare la bambina; e a tutti Nancy lo udiva raccontare gli stravaganti aneddoti, sempre uguali, che la facevano piangere di mortificazione. Sì, era lui che aveva scoperto questa bambina: l'aveva udita a quattro anni suonare al pianoforte i valzer di Chopin. A cinque anni, essa e il fratellino, avevano preso una vecchia scatola di legno che aveva contenuto dei fichi secchi e ne avevano fabbricato un violino. L'anno scorso ella era stata trafugata dai Nichilisti in Russia, che l'avevano tenuta per tre settimane in una specie di sotterraneo, e aveva dovuto suonare delle ore e delle ore, ogni volta che questi barbari glielo comandavano. Liberandola, le avevano poi regalato una collana di brillanti del valore di ottanta mila lire. Già; la piccina possedeva gioielli e decorazioni per oltre mezzo milione. Aveva due Stradivari. Uno aveva appartenuto a Wagner. L'altro allo Czar.
Alla fine d'ogni concerto l'impresario usciva con loro dalla sala degli artisti. L'impresario portava in braccio Anne-Marie attraverso le folle plaudenti. L'impresario portava i fiori e il violino. L'impresario saliva in carrozza con loro, e dalla finestra era lui che faceva colla mano cenno d'addio alla gente, quando Anne-Marie era troppo stanca per affacciarsi.
Anne-Marie sedeva rincantucciata e zitta in fondo alla carrozza, e s'addormentava. Nancy si mordeva le labbra per non piangere.