— Sono arrivate? — domandò a Florence, che stava apparecchiando la tavola per il thè.
— Sì, signorina, — rispose la cameriera.
— Dove sono? Il « béby »[1] com'è? Dove l'hanno portato?
[1.] Mancando nella lingua italiana familiare la parola neutra equivalente a baby o child dell'inglese, enfant del francese, Kind del tedesco, l'autore si permette di adattare al concetto la parola inglese. Lo stesso valga per le parole nurse e nursery.
E senza aspettar risposta, la ragazzetta scappò dalla stanza e corse sgambettolando su per le scale. Giunta alla « nursery », che fino allora era stata camera sua, si fermò. Attraverso la porta chiusa udì un piccolo grido querulo che le tolse il respiro. Sporse, esitando, la mano, ed aprì la porta. Poi si fermò, attonita e delusa, sul limitare.
Presso la finestra, con lo sguardo noncurante rivolto alle verdi praterie del Hertfordshire, sedeva una donna, severa, quadrata, vestita di percalle rosa. Batteva con mano distratta, a colpettini leggeri e regolari, un piccolo involto di flanella che teneva sulle ginocchia. Era il béby! con la faccia in giù. Edith vedeva spuntare dalla flanella da una parte la pianta di due piedini rossi e dall'altra una piccola testa oblunga coperta di morbida lanugine nera.
— Oh Dio! — esclamò, — è quello il béby?
— Prego di chiudere la porta, miss, — disse la « nurse ».
— Ma credevo che i bambini piccoli fossero tutti biondi, e vestiti di bianco... con nastri celesti, — balbettò Edith.
La nurse non si degnò di rispondere. Continuò a batterellare distrattamente colla grossa mano sulla piccola schiena tonda coperta di flanella.