Edith si avvicinò, timida.

— Perchè fate così? — domandò.

La donna, inarcando le sopracciglia con aria sprezzante, la guardò da capo a piedi. Poi disse brusca e subitanea: — Flatulenza! ventosità — e continuò a picchiettare.

Edith, interdetta, si domandò che cosa significasse quella risposta. Poteva riferirsi al cattivo tempo? od era forse un modo volgare di dire a Edith di star zitta?

Dopo un po', osò domandare:

— La sua mamma — e additò l'involto — è arrivata anche lei?

— Sissignora, — rispose la nurse. — E quando ve ne andrete, abbiate la cortesia di chiudere la porta dietro di voi.

Edith mortificata e attonita obbedì.

Udendo delle voci nella camera di sua madre, guardò dentro, e vide una giovinetta vestita di nero, con capelli neri come quelli del béby, seduta sul sofà, accanto a sua madre. L'estranea piangeva, tutta scossa da singhiozzi, colla faccia nascosta in un piccolo fazzoletto ad orli neri.

— Vieni, vieni, Edith, — disse la madre. — Vieni, guarda! Questa è tua cognata Valeria. Dàlle tanti baci e dille di non piangere.