— Ma dov'è la mamma del bambino? — disse Edith, per guadagnar tempo prima di baciare quel lacrimoso viso sconosciuto.

La giovinetta in lutto alzò gli occhi dal fazzoletto — occhi oscuri inondati di lacrime.

— Son io, — disse, con un rapido sorriso luminoso, ed una lacrima, cadendo, le si fermò in una fossetta della guancia. — Ma non è un bambino, sai; è una bambina. Che cara! — soggiunse, baciando Edith, — che cara ragazzina che potrà giocare col mio angioletto!

— Oh, ma è troppo piccola quella lì, per giocare, — disse Edith con disprezzo. — E poi, — soggiunse, — ho visto quella donna che la batteva.

— La batteva! — esclamò la ragazza in lutto, balzando in piedi.

— La batteva! — gridò la madre di Edith.

Ed entrambe uscirono precipitosamente.

Edith, rimasta sola, volse lo sguardo per la camera familiare. Sul letto di sua madre giaceva una piccola coperta di flanella ricamata, uguale a quella che avvolgeva il béby; ed una cuffietta minuscola; e degli scalfarotti; e un sonaglino di gomma. Sopra una seggiola vide una giacchetta nera, ed un cappello nero guarnito di crespo e di grosse ciliegie, nere ed opache.

Edith ne schiacciò una fra le dita, e la ciliegia si ruppe, vitrea e glutinosa. Poi la ragazzetta andò allo specchio e si provò il cappello. Le piacque vedere il suo piccolo viso lungo sotto quella acconciatura caliginosa, e la fece traballare, tentennando il capo in qua e in là.

— Quando sarò vedova — disse tra sè — porterò anch'io un cappello come questo. — Poi lo fece cadere dalla sua testa sopra la seggiola. Schiacciò rapidamente un'altra ciliegia, e uscì per andare a vedere la bambina.